sabato 3 settembre 2011
LAVORARE STANCA - CESARE PAVESE

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.
Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.
Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.
giovedì 1 settembre 2011
IL FOCOLARE

Iofa apri' la porta e scese le scale che lo portavano sulla strada, sotto ai portici. Portava con se' un televisore 3D acquistato la settimana prima. Si avvicino' al bidone dell'immondizia scaricandovelo dentro. Era il primo mattino ed il cassonetto vuoto gemette d'un tonfo sordo e metallico. Risalite le scale lo vedemmo rientrare in casa e poi uscirne sempre con un oggetto diverso. Così Iofa svuoto' casa in una dolce mattina autunnale. E per una strana magia, ad ogni tragitto percorso il suo viso pareva coprirsi ogni volta d'una barbanera sempre più ispida e grigia. Nel pomeriggio l'uomo pareva invecchiato di dieci anni.
Mi chiamo' e mi fece accomodare. Mi sedetti davanti al camino spento mentre lui vi depositava rovi secchi e una fascina rugosa. Poi mi si avvicinò, facendo segno con la mano di fare silenzio. Dette fuoco alla legna e mettendosi in ascolto dello strepitìo, nel silenzio della stanza vuota fece una cosa. Mi guardo' e lungamente sorrise.
UNA PAUSA

Due, tre giorni passati stranamente. Il lavoro meno mi interessa e meno mi pesa, sto ricominciando a prendere le distanze. Finalmente torno a guardarmi. Non ci riesco con continuità e spesso mi lascio distrarre. Ma capita che intraveda degli spiragli, un po' di luce. E' uno sforzo enorme quello che esercita la visione della mia vita, ma in fondo e' l'unica via per la sanità. Scrivo al buio, sul letto mentre Vittoria dorme e pare non respirare. La luce sul comodino e' coperta da un centrino, e' fioca e lontana. Mi sembra tutto cauto e questi minuti mi sembrano una bella pausa.
SINGHIOZZO
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