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domenica 18 settembre 2011

GIORDANO BRUNO


Giordano Bruno nacque nel 1548 a Nola, esattamente quattrocento anni stecchiti prima di mia mamma. Finì sul rogo nel 1600 e, in tempi diversi, anche lei avrebbe subito la stessa fine. Crebbe nella cittadina campana, precisamente in contrada San Giovanni del Cesco, ai piedi dell'amenissimo Monte Cicala. La madre si chiamava Fraulissa Savolina. Una brutta infanzia, insomma. Si formò all'università di Napoli ed ebbe come maestri Giandomenico de Iannello, Bartolo di Aloia (che però faceva solo lezioni a distanza ed era noto come un gran parlatore) il Sarnese, fra' Teofilo da Vairano.
Entrò giovanissimo nell'ordine dei Domenicani. Lo fece perlopiù per convenienza, per potere dedicare completamente il suo interesse alla filosofia. D'altra parte gli interessi che Bruno ebbe nell'arco della sua pur breve vita furono molteplici: Misticismo, teorie mnemotecniche, masturbazione colta, studi cabalistici, teorie astronomiche, storia del Sesamo. Fu già chiaro che la sua non era vera e propria vocazione cristiana, in special modo lo rivela l'episodio in cui egli ridusse a brandelli la raccolta "Panini dei Santini", quella relativa alla stagione 1566-1567, facendo piangere un novizio collezionista.
Si laureò nel 1575, con una tesi sul Tommaso d'Aquino, Pietro Lombardo e le circonferenze di Antonella Clerici.
E' dunque paradossale che uno dei pensatori anticristiani più convinti si fosse formato all'interno di un convento. O forse ne era conseguenza logica.
Ma in fondo chi era Giordano Bruno? lui si definiva un angelo caduto in terra per poter fare chiarezza sulla verità. Infatti fu definito storicamente come "il modesto". Una volta conclusa la propria formazione girò l'Europa: Roma, Novi Ligure, Parigi, Londra, Oxford, la Germania, Praga, Venezia. Tutto questo senza che ancora ci fosse la RyanAir.

Bruno fu il rappresentante di una religione magica, un po' similarmente al rapporto con Dio proprio degli egiziani: una religione naturale, senza lubrificanti artificiali o coloranti aggiunti. Qualcosa che immedesima dio in ogni cosa, nel tutto; un ritorno all'antico paganesimo. Nel "De la causa, principio et uno" egli infatti esplicita tale tesi: "Oltre la ringhiera, oltre la siepe, oltre il muro di gesso, c'è cielo. L'aria della mia vista è quella che porta nostalgia di dio. Tutto è in me. Come in ogni cosa trovo frammenti del mio io. Mai troverò senso nei supermercati Pam."
Il colpo di grazia inferto alle certezze cristiane fu quello relativo al mondo infinito. Egli credeva ad un universo infinito e omogeneo. Così si negava addirittura la finitezza dell'opera di dio, si andava oltre le quaranta ore lavorative durante la settimana della creazione. Addirittura egli ipotizzò l'esistenza di altre forme di vita nell'universo. Addirittura di un'organizzazione sindacale superiore, non rossa e addirittura azzurra! Questo fu davvero troppo. L'inquisizione intervenne e fece di Bruno un ricordo fumoso...

domenica 27 febbraio 2011

KATHARINA VON BORA



Vi chiederete: chi è sta tipa? quella che dette nome al forte vento triestino? no!, una meretrice olandese a cui i clienti diedero un soprannome volgare ed assonante? no! (anche se in verità ed in un certo modo, l'utero lo vendette comunque), una giovane tennista bionda, valchiria, poco dotata di talento e di molto di procacità? No!,no! e no! E poi la domanda dovrebbe essere: che cazzo c'entra questa con la filosofia (anche se del genere più pecoreccio?).
Ebbene sì, Katharina Von Bora è importantissima nella storia della filosofia e della religiosa cristiana. Lei è il senso di colpa di Martin Lutero (e giuro!, quella prima sarà la prima e ultima battuta sul suo nefasto cognome), quella di fatto, in pratica, fu la causa scatenante di uno dei più grossi casini nella storia dell'uomo.
Ora... Lutero era un figlio di minatori, i quali si erano fatti un culo tanto (ma tanto) per farlo studiare. Il bravo figliolo era stato diligente, studiò a Magdeburgo e a Erfurt (e ndov'è? boh). Lì, nel 1501 lesse per la prima volta la bibbia: "Ganza!, m'è garbata ummonte", commento il giovane Lutero. Così, infatuato dal più grande best-seller di tutti i tempi, nel 1507 si fece prete. Ma 'i su babbo glielo aveva detto. "Guarda che a me un tu mi freghi, a me te tu mi (!) convinci poco! E me lo ricordo quando tu eri piccinino e tu rimanevi chiuso nella latrina con i giornalini sudicioni fra le mani (a proposito, 'o quante mani tu ciai Martino?).
Ma lui nulla! non ne volle sapere... e diventò anche così bravino che lo fecero pure insegnante nella stessa università dove aveva studiato. A Erfurt. Eccoci ancora, a Erfurt (Boh!). Poi nel 1510 fu invitato a Roma. Non si sa di preciso cosa gli capitò durante quel viaggio, ma di certo da quel momento non fu più lui. Ufficialmente si dice che rimase sconvolto dalla corruzione del clero e dall'abbattimento di qualsiasi etica morale; per me fu sciroccato dall'amatriciana e dalla rinomata raffinatezza delle donne romane. Comunque nel 1514, quando il papa di fatto vendeva a prezzi di saldo le indulgenze, visto che doveva finire la basilica di S. Pietro, Martino si incazzò. E l'incazzatura gli durò tre anni fin quando non la appiccicò sulla porta della su' chiesa: "tesi contro le indulgenze papali".
Sintetizzando il suo pensiero egli scrisse:

1)la salvezza non si ottiene perché si sono fatte buone azioni; si ottiene solamente avendo fede nella capacità di Dio di salvare chiunque egli voglia salvare. E anche se ti dice bene con gli arbitri.

2) per comprendere le 'Sacre Scritture' non occorre la mediazione di concili o di papi; ciò che è necessario e sufficiente è la grazia divina e una conoscenza completa ed esatta di esse. Grande distribuzione insomma, via tutti i mangiapaneatradimento che ci stanno nel mezzo.

3)chiunque, illuminato da Dio, può sviluppare una conoscenza completa ed esatta delle 'Scritture'. Basti studiare, insomma, ciuchi.

4)Per ricevere la grazia divina non occorre la mediazione di un clero
istituzionalizzato, poiché tra l'uomo e Dio c'è un contatto diretto. Andate alla cooperativa e comprate da soli, le ostie.

Ora vi fo la domanda del secolo: secondo voi si saranno incazzati a Roma?

Così Lutero fu scomunicato e iniziò tutto il processo che già conosciamo e che portò alla nascita del protestantesimo.

Ma tutto questo casino Lutero lo aveva progettato fin dalla tenera età, quando stava ancora nelle latrine; età in cui non poteva più tirarsi indietro dagli obblighi che aveva assunto nei confronti della famiglia, disperata e disposta a tutto per dare una vita migliore al proprio figliolo. Ma a lui piaceva troppo la Topolina e così s'inventò tutta questa storia solo per un motivo: che i preti finalmente potessero trombare!
Ed infatti, una volta costituita la nuova chiesa, egli potè buttarsi fra le braccia di Katharina Von Bora, una ex-suora di Lippendorf (?), con la quale ebbe sei figli.

Ora io dico:
1) Potevi sciegliertela un pochino più bellina!, bada che pezzo di batteria di tegame che l'è!

2) Tu sei un irresponsabile, per un filo di pelo, hai provocato morte e giramento di coglioni a tutti i preti, sacerdoti e papi della cristianità

3) Tu sei un gran maiale: t'hanno visto, sai!, fare le cose sudicie vestito coi paramenti, e lei con su ancora l'abito monacale. E non voglio aggiungere i dettagli sui motivi per i quali ti eccitava tanto tutto quel nero....

4) A te e a Katharina: Pervertiti!

p.s. la foto accanto a quella di quella zoccola è una vista di Erfurt!

domenica 21 novembre 2010

GEERT GEERTSZ


Il nome scritto sopra è noto all'umanità come Erasmo da Rotterdam. Fece sicuramente bene a trovarsi uno pseudonimo, visto che con quel nome rischiava di far venire la raucedine ad amici e conoscenti. Fu noto anche per avere un muso di bischero. Di Erasmo comunque ci giungono notizie incerte, sia relativamente alla data di nascita (c'è chi dice 1466, chi 1469), che al luogo di nascita (Rotterdam o Gouda). Sulla prima questione la risposta più probabile è che lui facesse il furbo e si togliesse gli anni; del resto - se fosse nato a Gouda - avrebbe portato seco quell'odore dolciastro tipico del formaggio del loco. Per cui diciamo che nacque nel '66 a Rotterdam. Figlio illegittimo di un prete, sappiamo poco della madre, Margherita. Ma era figlia di un dottore che già faceva l'amore con tre civette sul comò, Ambarabacciccò. E poi il povero prete fu preso alla sprovvista, perchè Margherita è Margherita. E lui, con le mani nelle mani, non poteva rimanere. E poi lei voleva far l'amore e quando lo faceva, lo faceva 'na notte intera. Il povero prete scappo' e non riconobbe mai il figlio. Fuggì perchè lei correva per le strade a ballare, coi secchi di vernice voleva colorare tutti i muri, i palazzi, i vicoli. Perchè lei amava i colori. Insomma era una pazza (ma anch'io mi sono fatto prendere la mano). Dei genitori sappiamo per certo che entrambi morirono di peste nel 1483. Senza voler dare giudizi morali aggiungo che Erasmo frequentò serie scuole monastiche, si legò poi profondamente ad uno che si chiamava Servatius Rogerus ("metà della mia anima", diceva Geert);infine si fece prete. Giudicate voi, 'i Pieraccioni avrebbe belle sentenziato. Iniziò a studiare a palla e girò in treno(!?) per l'Europa: Parigi, Inghilterra, Belgio, Svizzera. Fece tutto con grande attenzione, e PROGETTO' tutto lui, ERASMUS (battutaccia irreale ma fondata). Dal 1499 iniziò a stringere amicizie illustre (al tempo, perchè io non so chi minchia sono): John Colet, Tommaso Moro, Giovanni Fisher, Thomas Linacre e William Grocyn. Poi frequentò Nevruz, di cui diventò discepolo e cultore. La dottrina di Erasmo fu sempre incentrata sul tentativo di fondere alcuni elementi del mondo classico con il cristianesimo delle origini. Per questo sostenne sempre il concetto dell'Humanitas (dell'amore per l'umanità) di estrazione greca, a quello della pietas cristiana, che voleva essere espressione di molti caratteri: l'umiltà, il perdono, la compassione, la pazienza. In definitiva cercò di comunicare alle istituzioni clericali che stavano esagerando: gozzovigliavano, andavano a giro tipo Dolce e Gabbana, trombavano anche i foratini dei mattoni. BONI!, gli disse un giorno. Ma loro nulla!: godere è meglio di patire, gli risposero!
Momento importante per Erasmo fu l'incontro con Lutero (e vi risparmio...) e le conseguenti argomentazioni polemiche. Prima di tutto Lutero gli ruppe l'ova nel paniere, cioè disse pane al pane e vino al vino, senza molti tentennamenti e impedì a Erasmo di portare avanti quella riforma graduale del cristianesimo che intimamente stava pensando. Fondamentalemente se la presero su due punti: sul concetto di libero arbitrio e sull'importanza dell'eucarestia. Ora, se sul primo punto la discussione poteva essere seria, dura, interessante, cruciale; sulla seconda ci furono tesi che sfiorarono il ridicolo: Erasmo affermava che l'ostia era ottima al naturale, consumata come la tradizione secolare consigliava, facendola sciogliere in bocca. Lutero propose la soluzione della doppia cialda farcita di nutella e granella di mandorle. E' mia opinione che in Chiesa non si può vedere le vecchine inginocchiate in penitenza che sgranocchiano. E poi c'è il problema delle dentiere, quello dei pezzettini di nocciola che ti rimangono fra i denti. L'altro ieri l'Asmara s'era infiliata quei ditoni grassocci in bocca proprio perchè le era rimasto qualcosa fra i denti. Non era un bello spettacolo, via. Morì a Basilea nel luglio del 1536 in compagnia di una mucca viola.
Le opere più imporanti di Erasmo fuorno: L'Elogio della Follia (1509); Gastronomia forense (1954); il De libero arbitrio (1524) e la sua opera più recente, quella conclusiva, scritta prima di passare dal purgatorio al paradiso (Erasmo era notoriamente un indeciso, un tentennonte): L'arbitro becco e cornuto (2008). Erasmo era tifoso del PSV Eindhoven, squadra di calcio di proprietà della Philips.

sabato 6 novembre 2010

QUEL BUE DI TOMMASO


Tommaso d'Aquino nacque a Roccasecca nel 1225.
Io sono nato a Poggibonsi e me ne dovrei stare zitto.
Ok. Va bene.
Ma Lui è nato a Roccasecca ed è anche voluto passare alla storia.
Poteva nascere a Sant'Arcangelo di Romagna, a S.Maria a Monte, a Palazzuolo sul Senio, perfino a Foggia. Ma a Roccasecca! Come si fa a nascere a Roccasecca? e poi gli abitanti di Roccasecca come si chiamano?
Come cazzo si chiamano gli abitanti di Roccasecca?
E sapete dov'era geograficamente situata al tempo Roccasecca? nel feudo dei Conti d'Aquino, dove sorgeva il castello che Lo crebbe e Lo educò. Ma sapete ancora dov'è geograficamente situato il Feudo dei Conti D'Aquino? A Frosinone! Via... avrei dovuto arrendermi e non andare avanti. A Frosinone ci sta Fabio, un mio amico che parla un linguaggio non ancora decodificato; qualcosa di misto fra l'aramaico e l'ideogramma. Ci sta scrivendo su un libro Dan Brown: "Fabio ed Alessandro, mistero e simbologia del linguaggio moderno".

Ma torniamo a Tommaso. Figlio di Landolfo e Teodora (due nomi da cani, ah! questi filosofi!), fu teologo e filosofo e poi, da morto, Santo. Un'altro. Naturalmente fu allievo di Sant'Alberto Magno. Un'altro. Tutti questi santi prima nascevano come cucciolate. Ora nemmeno uno. Non c'è verso. Io mi ci sono anche messo di buzzo bono: sono andato all'ospedale a controllare tutte le ecografie delle future mamme. Nulla. Maschi,femmine, qualcuno un pochino incerto, ma santi nemmeno uno. Oggi santi non ne nasce più.
Tommaso, dicevo, fu allievo di Alberto. A scuola Tommaso era lo zimbello di turno. I libri non lo dicono chiaramente, ma è certo, tant'è che gli misero anche un nomignolo ch'era tutto un programma: Bue muto. Lo chiamarono così perchè era un orso, o meglio dovrei dire che era un bue, ma io non ho mai sentito chiamare uno scontroso, bue. Comunque era uno che tirava a farsi i cazzi suoi e a parlare quando serviva.
Sembra che in giovinezza, visto che i genitori canini non erano entusiasti d'avere un figlio frate, gli avessero fatto trovare una bella topolona ciucciolona in camera, completamente ignuda. Lui reagì cacciandola e minacciandola con un tizzone ardente. Chissà cos'era quel tizzone ardente.
Ricapitolando: ricco, scontroso, ciociaro, santo e anche un pochino finocchio, SEMBRA. Girò l'Europa perchè onestamente nel suo campo la sapeva. Morì a nemmeno cinquant'anni, un po' come GIMMIENDRISSE: il chitarristà perchè soffocato dal proprio vomito; il santo perchè ingolfato dal proprio seme (sui 37-38 litri).
Ragazzi, non trombare gonfia!
Ma passiamo al suo pensiero: aristotelico e ammiratore della filosofia araba, rispose al quesito sulla natura dell'anima in modo furbesco e un po' paraculo. Da' una parte dette un colpo alla botte aristotelica (e cioè alla convinzione che l'anima poteva essere una verità filosofica) ed un altro al cerchio cristiano (da cui l'anima si rivelava nel suo punto di vista teologico). In fondo la spiegazione che Tommaso si dette circa il mistero della verità non era che quanto già aveva pensato Aristotele ma rivestito un po' in chiave cristiana, l'aveva un po' aggiornato ai suoi tempi. Dunque Tommaso fece il giochino di "cosa c'era prima?" e indietro, indietro, indietro era arrivato alla conclusione che Dio era il motore immobile, ciò da cui tutto è nato e da cui nulla è finito. A me sta storia del motore immobile mi garba perchè mi viene sempre in mente il mio Gilerino che avevo a Marcialla, bellino, rosso, truccato e sfasciato! Eh sì, perchè mi c'ero fiondato ripetutamente contro cose che immobili non erano tanto! E oltre a rompermi un ginocchino e altre cosette, m'ero rotto anche il 125: cazzo, il mio motore immobile, lì piantato in garage. E sai! un m'è più riuscito di farlo ripartire, maremma maiala (scusate, ma mi ci ripiglia sempre i' nervoso).
Un ultima cosa: Tommaso pensava che la felicità non si trovasse nel sesso, nel potere, nel denaro. No lui pensava che la felicità la si potesse trovare solo guardando dio in faccia e solo nella vita prossima. Che bischero! bastava che nascesse oggi metalmeccanico o operaio edile in un cantiere: di certo non avrebbe avuto ne soldi ne potere ma ottime probabilità (vista la sicurezza sul lavoro)di ritrovarsi presto presto a chiacchiera con quel chiavaio di Pietro. E avrebbe pure risparmiato la fatica di leggersi tutti quei libri.
Per finire in bellezza morì pure a Terracina (!). Sulla lapide ci sta su scritto: non assaggiò mai manco l'abbacchio.

sabato 9 ottobre 2010

IL SOPRANNOME DI SANTO AGOSTINO


Il babbo di Sant'Agostino si chiamava Patrizio.
La mamma di Sant'Agostino si chamava Monica.
Boh... va bene! lo prendiamo come un dato di fatto e ne possiamo trarre le dovute conclusioni:
Patrizio faceva l'operaio in un'azienda edile e quando tornava a casa, dalla stanchezza poco mancava che si dimenticasse anche il nome del figlio.
Monica era la segretaria personale del capo dell'azienda edile, era vanesia e faceva di tutto per far sì che il marito tornasse a casa tutte le sere così stanco che mancava solo che si dimenticasse il nome del figlio.
Il piccolo Agostino cresceva dunque in un ambiente famigliare unito e pieno di premure tant'è che appena gli fu possibile si prese in affitto un monolocale a Madaura, appena vicino ad una macelleria di carne equina. Compiuti i sedici anni s'innamorò perdutamente di una certa valchiria di nome Ulla, la mise incinta ed ebbe un figlio. Ancora in preda al risentimento verso i genitori (Patrizio e Monica) lo chiamò Adeodato. Il viperino già a quell'età aveva programmato tutto l'andamento della sua vita. Preso come da un sesto senso aveva capito che il successo gli avrebbe arriso solo con la pubblicazioni delle famose confessioni. Ma essendo ancora piccino poteva confessare davvero ben poco. Per questo si diede alle pazze gioie e inizio il famoso Agostino Hardcore and Melagodo Tour 370 dc. Di fatto, semplificando molto gli eufemismi su quegli anni, trombò come un micco senza distinzione di sesso, natura e materia; mangiò anche il buio e prese il sole sulle spiagge algerine: pareva d'essere a Rio. Ebbe un rapporto talmente forte con il sesso che anche negli anni della santità e della purificazione proprio non ce la faceva. Qualche pugnetta ci scappava, anche solo per allentare la tensione (anche lui usava sempre la solita scusa). In concomitanza con la conoscenza di Ambrogio, anche lui futuro santo (a quel tempo ci facevano come i porcini), fu preso da un fortissimo sentimento religioso. Si fece battezzare insieme al figlio deorat... acc..., no, iodato; no, quello è il sale, boh! Insomma! si fece battezzare insieme al nipote di Patrizio e se ne tornò a casa pronto per la riflessione religiosa. Scrisse "La città di Dio", "La Trinità", "La dottrina cristiana", "il sermone della montagna" ma sopratutto LE CONFESSIONI. Non c'era stato verso, aveva vissuto in solitudine, digiunato, era stato parco e casto ma c'era poco da fare: l'era un maiale dentro. Ragionava sì, parlava di religione e fede, va bene ma fra le righe, come la vipera cercava le mele, lui non faceva altro che a pensare a quella cosa lì. Ce l'aveva fissa come un mio amico di Grosseto che una volta a pranzo mi confessò: "Caro Federico, a me in fondo m'importa una sega! io vivo solo per la f***, ce l'ho fissa qui (e si batteva l'indice in fronte) - mentre io pensavo che ce l'aveva fissa LI' -. Riprendo infatti le frasi che il buon De Crescenzo ha selezionato dalle Confessioni:
1) O Signore Iddio, dammi la castità e la continenza, ma non subito subito. Che tradotto vuol dire: sarò buono ma intanto dammi il regalo di Natale, cazzo.
2) Ahimè, non sono capace di dormire una notte da solo. Che tradotto vuol dire: se non trovo una monaca che non me la molla, anche stasera c'ho cinque amiche!
3) Dal traviamento della volontà nasce la libidine, dalla libidine l'abitudine, e dall'abitudine la necessità. Che vuol dire: "devo trovare un po' di scuse"
4) Ama e poi fai quello che vuoi. Troppo facile: Ama (ma non è fondamentale) e tromba (che è fondamentale)
5) Osai perfino tra le pareti della Tua Chiesa concepire voglie impure. E per questo si capiva la fila delle ragazzine e dei ragazzini lì davanti al confessionale.
6) La voglia di amare e di essere amato diventava più grande se unita al possesso del corpo dell'amante. Che voleva semplicemente stare a significare che se la/o trombava ci sentiva di più.
Ora io dico: l'hanno fatto SANTO! Ecco perchè dicono che l'Italia è un paese di Santi (un po' rinfinocchiti a dir la verità) e di navigatori.

Agostino fu così chiamata dai contemporanei "il re del sesso orale".
La rima sarebbe stata una volgarità.

sabato 26 giugno 2010

DIOGENE, IL FILOSOFO CHE S'ATTACCAVA ALLA GAMBA


Diogene di Sinope nacque quinto di cinque gemelli e fu dunque l'ultimo ad uscire dal ventre sfinito della povera Lilla.
I suoi primi due fratellini, entrambi maschi, furono regalati ai vicini di casa ai quali erano già stati promessi da tempo. La sorellina, visto che si era quasi a ferragosto, fu lasciata sulla A14 la notte stessa. L'ultimo fratellino finì invece in una balla.
Visto l'andazzo, appena fu in grado di stare sulle zampe, decise di fuggire dal luogo natìo fuggendo ad Atene. Lì ebbe modo di conoscere quello che da tutti è riconosciuto come suo maestro: Antistene, un uomo perbene che fra pranzi, merende e cene, insegnò al nostro come stare seduto, dare la zampa, fare gli occhioni tristi e la posizione migliore per farsi grattare la pancia. Fu il lungo periodo propedeutico all'insegnamento dell'ascetismo, carattere che influenzò la vita successiva di Diogene. Nel frattempo gli fu riconosciuto il pedigree.
Ma se vogliamo dire davvero chi fu Diogene bisogna essere diretti e non adombrare la sua vita con il fumo delle parole.
Ecco dunque quale fu il suo stile di vita:

1) viveva in una botte, e prima di prenderci alloggio sembra che l'avesse velocemente svuotata del suo contenuto: del Cannonau di Jerzu, nell'Ogliastra, 18 gradi.

2) andava all'anfiteatro e ci cagava. Lasciava fumante la propria opera d'arte proprio nell'esatto punto centrale. Da lì si capì che aveva cognizioni di geometria.

3) pisciava a tutti gli angoli, tornandoci ore dopo per il semplice piacere di annusare l'essenza della propria urina. Dal suo punto di vista tutta la Grecia gli apparteneva in quanto aveva "segnato" il territorio praticamente dappertutto.

4) mangiava ovunque e a bocca piena. Una volta gli gettarono addosso degli ossi, come a un cane, e lui, di risposta, gli pisciò addosso dalla felicità.

5) mandava affanculo chi lo contraddiceva.

6) quando aveva stimoli sessuali s'attaccava alla gamba del primo povero cristo che gli veniva incontro. Spesso serviva la secchiata d'acqua.

7) dal pelo, allora, gli spuntava la punta del pisello, rossa come uno Stabilo Boss.

8) esaltava la virtù dell'autocontrollo, perciò non si masturbò mai.

9) girava di giorno con una lanterna accesa in mano. Salvatore Garruso gli chiedeva il motivo del suo strano comportamento e lui rispondeva sempre così: cerco l'uomo.

10) girava di notte, nel buio, alle cascine con sacchi di monete falsificate da suo babbo. Salvatore Garruso gli domandava allora: "che minchia stai faccenno?!" - e lui: "cerco 'na fetenzia di femminina, basta sia".

11) chi minchia era Salvatore Garruso? e che cazzo ne so!

Comunque, nonostante il suo stile di vita, Diogene ebbe modo di confrontarsi o di conoscere grandi personaggi: Alessandro il Grande, che aveva grande ammirazione per il "filosofo che faceva i cazzi suoi", gli chiese se poteva esaudire qualche suo desiderio; lui gli disse di levarsi di culo, perchè stava prendendo il sole.
Platone lo definì "Socrate pazzo" ma lui rispose come potete immaginare e cioè con una rima.

Il suo pensiero, in fondo, si basò sull'esaltazione del cane. Naturalmente era di parte. Infatti il cane, per l'appunto, non si preoccupava dove poteva cagare, cosa poteva mangiare, dove dormire. Il cane non è stressato e sa subito, a differenza dell'uomo, chi lo prende per il culo e chi invece no.

Diogene esaltò il sacrificio della rinuncia in quanto necessario alla ricerca della bontà e ad un ritorno alla semplicità della natura. Egli pensava che gli uomini vivessero in modo ipocrita ed artificiale: ed era il 350 a.c.!!! chissà che avrebbe da dire oggi!

"L'uomo ha complicato ogni singolo semplice dono degli Dei" (Diogene di Sinope)

venerdì 22 gennaio 2010

ARISTOTELE PARTE II



Parliamo di filosofia della conoscenza: l'Aristotele premette che non ci sono idee innate,che quando uno nasce, piccino, non capisce dunque nulla. Non di meno egli sostiene che il piccolo ha capacità di ordinare e raggruppare le proprie conoscenze. Per esplicitare questo concetto posso fare un esempio personale: quando gioco alle costruzioni, con tutti i mattoncini colorati, riesco addirittura a suddividerli per colorazione. Quando vado a rimetterli nei sacchetti di plastica con cui ho soffocato tutti i miei animaletti domestici, riesco a mettere in ogni contentiore un colore diverso. "Certo", voi direte, tu hai quarant'anni. "Certo", rispondo io, ma l'esperienza, appunto, serve per imparare.
Caliamoci dunque nei dettagli: il filolosofo definisce la sensazione come il livello più basso della conoscenza. La sensazione è la responsabile della percezione, e la percezione può dare la possibilità all'intelletto potenziale d'intervenire. La conoscenza è quel fattore che innesca un trascendente intelletto attivo. Traduzione: la sensazione che avverto quando ho irritazione nella zona perianale, dovuta principalmente all'insorgere di emorroidi da stitichezza cronica, mi attiva una percezione (e ci credo!) la quale mi dà la possibilità d'intervenire potenzialmente attraverso varie soluzioni. L'intervento può essere, a seconda delle preferenze, il ricorso ad una pomata tipo emorril crema da 40 gr oppure la sofferenza accettata, anzi ben accetta, in ricordo di esperienza passive con uomini di colore e ben dotati.
Quello che fa passare l'uomo dal intelletto potenziale a quello attivo è l'intuizione, possibile solo in una mente libera di pensare.
Certo che avere l'intuizione del bruciaculo non è il massimo dell'intelligenza, certo una mente sana ti concede almeno il libero arbitrio. E non fate come il sottoscritto che cerca di applicare l'emorril crema 40 gr con un applicatore in carta vetrata da 100.

L'Arista studia il concetto di logica in modo completamente distaccato da l'intelletto, definendola attraverso il sillogismo. Esempio classico:
1 - La mia fidanzata è ha letto con un afro-americano di 19 anni col pisello di 33 cm
2 - Io sono a lavorare e il pc non si riavvia continuando semai a farmi vedere una bluscreen illogica
Dunque la mia ragazza è una grandissima bottana ed io devo smettere di visitare siti porno durante l'orario di lavoro.

La dialettica è invece un vero e proprio scontro fra due chiacchierioni. I ciarlieri si mettono in discussione di fronte ad una platea di gente che non si fa mai gli affaracci suoi. Il vincitore risulterà chi, alla fine, avrà messo in contraddizione gli argomenti usati dall'avversario. Na roba tipo forum, insomma.

Eccoci all'acqua: L'ETICA.
Secondo Aristotele l'etica è quell'insieme di regole di comportamento che devono essere tenute per vivere felicemente. Cazzo, m'interessa a bestia! Sentiamo: l'uomo deve praticare tre forme di vita, quella edonistica - relativa alla cura del corpo -; quella politica, collegata alla vita sociale; quella teoretica che a come fine la ricerca contemplativa della verità.
Chi, come me, è grasso, non vuole stare mai con nessuno, digrigna i denti appena vede un sorriso demente e oltretutto pensa che l'oltretomba sia lo sci dopo Albertone, non è messo tanto benino.
L'Aristotele precisa che ognuna di queste componenti non deve prevalere sull'altra e che tutto deve essere armonico in modo da non creare alterazioni nella propria entelechia (hi, hi, hi,). Insomma, quest'omo ci da un po' di consigli del tipo: non mangiate troppo ma nemmeno pochino pochino. Quando c'è un problema da affrontare non vi cagate sotto ma nemmeno buttatevi a pesce gatto, trombicchiate con moderazione, abbiate rispetto dei carabinieri, siate giusti e ragionate quando dovete fare qualcosa o aprire la bocca, non fate cazzate. Insomma, ho scoperto che Aristotele è la mi' mamma. Però la mi' mamma vo' fa' pure la dottoressa.

Aristotele parla anche del concetto di Philia, cioè di amicizia ma a me fa fatica e poi vi parlerei di necrofilia, filatelia e coltelleria... roba futile.
L'Omo chiacchiera pure d'astranomia, disegnando una mappa dell'universo simile a un tavolo per quattro persone a sedere, ma senza il fiasco nel mezzo (vedi figura in alto).
Aristotele fonda anche la biologia come scienza empirica, per cui n'ha veramente fatte tante, troppe!!! è andato anche a dare noia ai bruchi.

Via... giù.... gnamo: 'st'omo è stato un grand'omo!

martedì 29 dicembre 2009

IO E ARISTOTELE (PARTE PRIMA)



Aristotele nacque nel 384 a.c. a Stagira, io nel 1971 d.c. a stogiro; lui lo fece ai confini con la Macedonia, io molto più vicino al Profiterol. Suo padre era un medico di nome Nicomaco e lavorò alla corte del re macedone Aminta; mio padre era un medico di nome Bruno e lavorò al servizio di seimila mutuati, quasi tutti bifolchi, dall'inizio della seconda guerra mondiale al 1990. Nicomaco cessò l'attività per motivi di salute; mio padre perchè c'erano i mondiali di calcio in Italia. La svolta della vita di Aristotele fu la chiamata a corte da parte del re di Macedonia Filippo II, come precettore di Alessandro; io invece fui precettato nel 1993 da parte di un altro Alessandro, di cui qui non vi sto a parlare. Il primo era quello che meritò il titolo di Magno; con il secondo non so più se ci magno. Dopo sei anni, Aristotele se ne tornò ad Atene, io invece ancora sono alle prese con questo tipo che pare si sia convinto di essere la reincarnazione del suo epico omonimo. Appena tornato in patria, Aristotele fondò una scuola che si fece antagonista dell'accademia platonica e che in certi momenti surclassò: il liceo. Grande merito di Aristotele fu quello di introdurre categorie di studio ben specifiche: La logica, la fisica, l'etica, la retorica e la linguistica, la biologia.
Ma sopratutto le liceali.
Dando così una spinta decisiva al pensiero occidentale sul tema della masturbazione ossessiva (di cui mi pregio di essere uno dei rappresentati maggiori dell'età moderna).
Secondo Aristotele, Platone aveva pisciato di fuori: la natura non è il riflesso del mondo delle idee e conseguentemente dell'anima, ma bensì l'opposto: quello che si trova nell'anima dell'uomo è un semplice riflesso degli oggetti in natura. Aristotele 1 Platone 0 e palla al centro.
Ma facciamo ordine con calma:
Nel 360 a.c. Aristotele scrive la sua opera prima: Grillo, uno scritto contro la retorica e la sua forza persuasiva. Io invece al Grillo, vino siciliano bianco, ben strutturato e molto molto persuasivo - sopratutto dopo la terza bottiglia - mi ci avvicino oramai in età tarda.
Nel 347 a.c., alla morte di Platone, Aristotele lascia l'accademia, principalmente perchè essa viene affidata al nipote di Platone. Egli non ne fa una questione di merito ma s'indigna per il fatto che a dover dirigere la più importante scuola greca sia uno che si chiama Speusippo (ma come si fa??). Dunque egli si trasferisce, con tutte le scatole e del caffè di Starbucks, ad Asso dove fonda una nuova scuola. Io nel frattempo perdo tempo con il mio cane lupo, Asso - nome pretenzioso e poi ribattezzato nel più adatto " patahca", diciamo per il suo carattere piuttosto pacioso. "Attacca!, attacca!", così lo incito. Il cane mi guarda, abbassa le recchie e se ne torna a dormire.
Nel 344 a.c. Aristotele riprende le scatole, un bibitone caramello e cacao, e si trasferisce a Lesbo, dove rimane solo due anni per via di una fortissima infiammazione dell'abduttore breve del pollice e del tendine estensore dell'indice. Mai sentito così vicino ad Aristotele.
Fino al 335, come detto, rimane alla corte di Alessandro Magno e ha un figlio dalla giovane Erpilli, esperta di billi. In quell'anno fonda appunto il primo liceo che chiama Peripato. Io continuo a stare dietro a panforte e panpepato, scoprendo tra l'altro che quest'ultimo non è solo un prodotto tipico senese ma pure ferrarese e che ne esistono moltissime varianti in tutta Italia.
Nel 323 muore Alessandro Magno ed inizia per Aristotele la maturità. Nascono così tutti le opere importanti che vengono genericamente chiamate Esoteriche. Mi chiedo allora quanto dovrò aspettare ancora per raggiungere la maturità!
Tornando al concetto delle Idee, Aristotele pensa che scopo della filosofia sia quello di scoprire quali sono le cause che permettono alla materia di potere sempre evolversi verso una forma definita, precisa e non diversamente. Egli definisce quattro cause: Formale, materiale, efficiente e finale. Senza approfondire troppo, egli afferma in definitiva che pure avendo attributi diversi (gli "enti"), l'essere vive una sua unità. Altrettanto complesso è la definizione da parte mia nel 1991 del concetto dell'Appetito. Esso, facendo riferimento alle teorie aristoteliche tende a cercare quali siano i meccanismi regolati dalla natura che portano la massa magra a trascendere in massa grassa e poi in Massa Ammappa, una roba che non si guarda. Masti definisce quattro cause specifiche che portano tale trasformazione innaturale: basale e famelica, edonistica, nervosa e da stress, da fogna. L'esperienza di Masti è comprovata da un cammino duro negli anni che gli ha permesso di attraversare tutte le fasi definite. Masti chiude il discorso con la legge della proporzione del Gusto. Egli infatti afferma che passando di fase in fase - proporzionalmente - si abbassa il livello percepito di gusto, e che al fondo s'arriva o alla morte lipidica o alla rinuncia. Rinuncia che si fa però totalizzante: ci si astiene dal cibo, si ritiene il seme, si rifiuta ogni sorta di bene materiale e di consumo. Masti naturalmente sta morendo. Pertanto.... Aristotele cercava il senso della materia; Masti i sensi della materia (purchè commestibile).
Mi piacerebbe parlarvi orbene di ontologia e metafisica, di entelechia ed immanenza, di "essere" e "ente", di predicamenti dell'essere, ma vi deluderò. La mia generosità deve pur sì avere un limite, no? Però posso dire che la parola ontologia per anni mi ha fornito ottimo materiale per potere dare risposte varie: l'ontologia? sì, dai... quella roba che studia gli uccelli. No? Ah, sì.... scusami: è quel mattone che la prof mi costringeva a portare tutti i giorni in classe. Come? cosa? Ignorante? a me? Guarda che così mi offendi! Eh! Così mi fai onta eh! ........ Onta? Ah! ora ho capito! Ontologia: l'arte di farmi incazzare!
Aristotele si chiede comunque cosa sia che muove la materia a trasformarsi, quale sia l'oggetto che provoca e causa cause. E la risposta è: il "primo motore", un motore immobile, causa incausata: Dio. E qui, caro Aristotele non ci siamo: a parte il fatto che da una parola che mi stava sulle balle (l'ontologia), mi sei passato ad un'altra che mi sta ancora più sulle balle (che ora iniziano a soffrire) e cioè alla teologia; a parte che il primo motore per me E' e rimarrà sempre un Ciaino della Piaggio, azzurrino ed emozionante, ma dio! Oddio! ma quanto sarai vanesio anche te, Aristotele (che diciamocelo, via... mi stai simmpatico solo per via del richiamo all'Arista).
Tutto risponde a dio? a una domanda ci deve sempre essere risposta. Caro Arista, tu sei come il mio precettore: presuntuso! Così è se vi pare, no? E quante storie.....

domenica 13 dicembre 2009

LA GROTTA


Non c'è niente da fare. Quando sento parlare di Platone il mio sistema di idealizzazione s'attiva immediatamente e visualizza davanti a me una grossa forma di pecorino completamente coperto da foglie di quercia. E certo vi chiederete se ancora non ho digerito bene la peperonata o se ho masticato coca come gli indigeni Buzzicù, ma non è così! No, innanzitutto perchè i peperoni non mi piacciono, poi perchè non mi drogo abitualmente ma sopratutto perchè tutto ciò è dovuto semplicemente al fatto che Platone s'inventò il mito della Grotta. Ed io della grotta ho sempre apprezzato il fatto che lì ci si possa stagionare tranquillamente del buon formaggio e che lo si possa gustare poi successivamente con pane cotto a legno e vino brusco e ignorante. Ma se vogliamo parlare di Platone dobbiamo per forza spiegare la novella della Grotta: C'era una volta un gruppo di uomini (che poi sarebbero tutti gli uomini) che vivevano incatenati in fondo ad una grotta con le spalle all'uscita e lo sguardo verso un muro che li separava dal fondo della grotta stessa. Dietro di loro ardeva perennemente un fuoco che bruciava e bruciava e che veniva alimentato da un impianto a gpl che volgarmente chiamiamo "maialino". Fra loro e il fuoco altri uomini passavano tenendo in mano oggetti e cose che, illuminate dal fuoco, riflettevano la loro ombra sul muro. Ecco, Platone si immagina che quello sia il mondo reale che tutti gli uomini vivono, qualcosa che è il riflesso del mondo vero, un mondo che egli chiama delle idee. E i ricordi o i deja-vu che durante la vita ogni tanto lampeggiano nella nostra anima non sono altro che la reminescenza del mondo vero, quello da cui l'anima proviene. Poi, un bel giorno, uno degli uomini più forzuti riuscì a liberarsi delle catene e ad uscire dalla grotta. Così egli riuscì ad ammirare il mondo com'era, con la vera luce, il sole, gli alberi, i tram e i transessuali lungo i viali. Tutto eccitato pensò di tornare nella grotta a dire tutto ai suoi amici ma appena rientrato nell'oscurità non vi riuscì più ad abituarvisi inciampando più e più volte e pure pestando i piedi ad Gaspare e Samantha che stavano pomiciando sopra il muretto. Comunque egli spifferò tutto e fu preso per pazzo, ma insistette così tanto che Marone, il capo degli incatenati, si girò e lo buttò nel fuoco, condannandolo alla griglia perenne. Così Platone s'immagina un mondo degli uomini ciechi e incapaci di intendere la verità.
Io sono rimasto sconcertato, sapevo che Platone era un chiacchierone e che gli piaceva riportare le cose degli altri, ma che che arrivasse a tutto questo non me lo sarei mai aspettato. Per cui se avessi potuto incontrarlo gli avrei chiesto: Ascolta Platoncino, vieni qui. Si qui, quI! su, un ti fo' nulla, ho solo da chiederti una cosa: ma chi cazzo te l'ha detta a te questa cosa? che c'è un altro mondo... che le idee son vere... che l'anima viene da lì... ma ora ascolta un pochino me: picchia 'i capo ni muro, su! No! ora tu lo picchi e poi tu mi fai sapere se ti sembra duro oppure se ti pare fatto di tutte codeste bischerate fatte di dimolti discorsi, di parecchia filosofia. Al che, lui avrebbe risposto: "Eh, son filosofo!"
Va bene, oggiu', vai via e non mi fare confondere ma sappi una cosa: a me tu mi sembri parecchio ciuco.
Oh!, me la dovevo levare!
P.S. C'è una seconda versione che dice che una volta uscito dalla caverna l'uomo libero fu subito intercettato da quelli che del gas che dovevano riscuotere una bolletta eterna e che non aspettavano altro che qualche coglione finalmente uscisse da quella grotta.

martedì 29 settembre 2009

SOCRATE - I

Socrate spostò l'attenzione del pensiero filosofico dalla natura all'uomo. Fece dunque un bel passo in dietro rispetto ai suoi precedessori, visto che l'uomo è davvero cosa poco interessante rispetto all'universo. Mise al centro della sua riflessione la natura umana e il suo sapere. E per far ciò pensò che non ci fosse cosa migliore che fare esperienza. Per questo scelse come strumento di conoscenza principale la dialettica, la discussione e la propria curiosità. Insomma... era un gran chiacchierone e probabilmente anche un bel pettegolo. Forse si spinse a tanto perchè dicono che egli fosse brutto come la fame, non si guardava proprio. Ad Atene girellava per i quartieri a rompere i coglioni a tutti i cittadini i quali lo portavo di bocca in bocca come il "tafano". Alla fine, presi dallo sgomento, s'inventarono una roba per condannarlo a morte. Lui, che s'era pure rotto di sè, non fece storie e bevve il famoso bicchiere empio di cicuta. Ma che è sta cicuta? io fino a poco tempo fa credevo fosse morto per via della cicoria e dopo averla assaggiata capivo ancora di più la povera fine di Socrate. Ma mi dicono che la cicuta sia più acuta.
E' infine bene ricordare che tutto il pensiero di Socrate ci viene trasmesso dagli scritti di Platone, sono di seconda mano, insomma. E' dunque possibile che certe cose siano un po' gonfiate come quando l'amioco dell'amico ha detto al cognato del fratello che la sorella di sua madre non ha una morale irreprensibile.
Io comunque ho una teoria tutta mia: Socrate non morì suicida ma perchè gli si seccò la gola. Ma forse non è così sennò oggi la terra sarebbe disabitata.

domenica 16 agosto 2009

IL SOFISMO DI MOANA.

Eccomi a parlare dei sofisti. Finalmente! Sarà contenta la mi' mamma che li rammenta sempre.... La prima cosa che mi viene in mente del sofismo è che era a pagamento: una specie di CEPU avanti cristo, gli avi del professore Manetti, che d'estate, prima guardava me, poi il quaderno con le equazioni di secondo grado e poi sospirava: "ma figliolo, su... sei proprio duro, eh?". Il Professor Manetti! Ha dato ripetizioni a tutta la Val di Pesa: quand'è morto tutti abbiamo ripensato alla sua scrittura mimetica e al suo studio, soggezione allo stato puro. Sì, i sofisti, a differenza dei filosofi cosìdetti tradizionali, emettevano fattura relativa: nr. 1 lezione di retorica Dracme 500; nr. 1 lezione di morale Dracme 200; Totale Imponibile = 700 Dracme, esente IVA articolo 1 (Lezione a nero): Bene, da questo punto di vista centinaia di anni non hanno cambiato la situazione. Per informazione (sopratutto per mamma), elenco chi erano i sofisti più importanti: Protagora, Gorgia (detto il PAPPA), Prodico e Ippia. E anche quelli meno importanti: Crizia, Trasimaco, Licofrone, Callicle, Antifonte, Menone (L'inventore della sega) e Alcidamante (filosofo birbante). D'altra parte i sofisti furono quelli che di fatto costituirono per primi un'idea di formazione strutturata, di educazione del singolo individuo. E naturalmente in cambio della prestazione presentavano la marchetta. Per cui Socrate inveì contro di essi definendoli "prostituti di cultura". Moana subito aderì al movimento e Menone dopo un lungo periodo di sacrificio morì di "crepacuore".
"L'uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono"; questa la famosa frase di Protagora che in sostanza voleva dire: verità certa non c'è, ognuno di noi vede le cose a proprio modo e differentemente secondo il tempo in cui la vive. Tutto può e non può essere. Se diamo la stessa bistecca ad un affamato e ad un sazio, state tranquilli che le risposte sul gusto della carne saranno diverse. E allora, dove sta la verità? Secondo me dipende dal sale grosso, ma questa è una mia divagazione che non c'entra niente. I sofisti vendevano l'arte d'un primitivo arrivismo, quello che serviva alla aristocrazia per farsi valere nei tribunali e negli ambienti nobili in cui vivevano. La retorica era l'arma potente da usare per potere sovrastare l'avversario: insomma, la chiacchiera. E anche qui i tempi hanno mica cambiato molto! Sugli aspetti morali invece ci arrampicava un po' sugli specchi, chi in modo elegante (Protagora), chi in maniera spudorata (Gorgia).Il Pappa infatti deduceva che siccome la verità non è altro che nulla, la morale doveva essere guidata dalla reazione individuale alla situazione che gli si parava davanti: la famosa MORALE SITUAZIONISTICA. Secondo questa logica se io domani, di fronte ad una richiesta illogica del mio datore di lavoro, reagissi aprendomi la patta dei pantaloni tirando giù il fuoriuscito, non ci sarebbe nulla da dire. Nzomma, sti sofisti mi parevano parecchio dei professorini.

domenica 26 luglio 2009

LE RISATE DI DEMOCRITO

Ogni qualvolta leggo la biografia di un filosofo presocratico vedo che ci sono molte incertezze sui dati anagrafici. Non si sa mai bene quando questi personaggi siano nati ne' quando siano morti, a maggior ragione è ancora più difficile avere informazioni precise sull'andamento delle loro vite. Per questo adesso quando vado in comune, al vituperato ufficio anagrafe, guardo gli impiegati con ammirazione e gentilizza. Poi gli chiedo sempre i certificati di nascita di mia moglie, quello mio, quello di mia figlia; il certificato di morte del babbo e quello di mio fratello e di mia sorella. E loro con grande pazienza, senza sapere lo stupore che provoca in me la produzione di questa documentazione, fanno tutto velocemente e bene. Però non vogliono mai darmi il certificato di morte di mia sorella. Pensavo che il motivo fosse che lei abitava in un altro comune, finchè Giulietta, la più piccola delle commesse, m'ha confidato un segreto incoffessabile: è ancora viva. E' stato un trauma. Poi ho scoperto pure che è sposata (sempre tramite Giulietta), ha un marito idraulico ed una figlia dolce, carina e bravissima (mmmm... sospetto). Giulietta è brava, lei mi aggiorna quotidianamente sull'andamento anagrafico della popolazione: chi nasce, chi muore e sopratutto, volendo fare il suo lavoro con grande puntiglio, anche chi non sta tanto bene. Per aggiornare gli archivi relativi agli atti di matrimonio, mi passa pure tutte le pubblicazioni affisse e tutte le chiacchiere relative a corna, vere e presunte, affidamento di figli, tentativi di strozzamento dei mariti, uxoricidi etc.. etc... Per fortuna che ho un lavoro part-time, altrimenti non potrei gestire con precisione il data base di tutti questi movimenti. E ho dovuto anche investire su software avanzati. Comunque, tornando al nostro amico Democrito, lui aveva cercato di mediare le posizioni di Parmenide e Era Clito. In parole povere s'era inventato gli atomi (e pensa che culo, ci aveva quasi dato), definendoli come l'unità di misura dell'Essere; una unità indivisibile (infatti atomo vuol dire indivisibile)che però si trasforma materialmente in ogni cosa che noi osserviamo. Ad esempio, gli atomi del muco del mio naso potrebbero nel breve periodo trasformarsi in atomo che compone l'utero di una balena femmina (ma ce l'avra l'utero la balena?). Comunque la realtà scorre attraverso questi processi di trasformazione ed è indivisibile, tutto è materiale, anche la nostra anima è composto d'atomi, come tutte le cose segue certe regole. La scienza moderna ha poi dimostrato che gli atomi sono suddivisibili ulteriormente, in protoni (che vanno in palestra tutti i giorni), in elettroni (tre volte a settimana) e in neutroni (quando gli fa voglia). Ma la cosa interessante è che Democrito, seguendo questa logica, pensò bene di comportarsi di conseguenza, e come il più grande dei materialisti si dette ai bagordi. Prendeva per il culo i colleghi (in particolar modo Anassagora, che però gliela fece scontare); viaggiò per tutta la vita sperperando l'eredità paterna, trombò, probabilmente fece anche esperienza opposte (cioè fu trombato), studiò e rise. Rideva come una grotta con l'eco, in modo grossolano e altisonante; una risata che sembrava un rutto da birra. Insomma fu un pacioccone. Si vestiva molto bene e questo avrebbe fatto piacere a mia moglie. Si fece cecare perchè, da vecchio, non voleva più vedere le belle donne. Insomma a me questo Democrito, anche se grezzo e godereccio, mi pareva uno di buonsenso. Ma come sempre ripeto: sono considerazioni spicciole e da bar sport.

domenica 12 luglio 2009

PARMENIDE

Mi chiedevo quando potesse arrivare questo momento, quanti anni fossero dovuti passare prima di declamare l'entrata in scena sul palco della grande filosofia del primo grande pensatore omosessuale.
Su Parmenide non ci sono dubbi, tanto che di Zenone, il suo discepolo prediletto, preferiva al pensiero il pennone. C'è da dire, per amore di Verità, che Parmenide aveva gusti variegati, per cui non disprezzava per niente il passaggio da una sponda all'altra del fiume. Anzi, probabilmente nel fiume ci sguazzava gioiosamente, alla ricerca del pesce perduto. Dunque m'immagino che fra uomini, donne, pecore, mucche, gatti, cacciaviti e carta vetrata, il nostro non facesse grandi distinzioni. Ma lasciando perdere questi commenti oserei dire piuttosto pecorecci e scontati, parliamo delle idee di Parmenide. Egli fu il grande avverso di Eraclito, tanto che se la notte non dormiva il problema non era la peperonata ma la lettura di alcune pagine dell'oscuro. Infatti egli basò il proprio postulato sull'idea che nulla fosse in divenire, anzi che tutto fosse Uno e immutabile e che "L'essere è, il non essere non è". Qui si entra nel campo della logica astratta, un campo che non amo, probabilmente perchè mi fa venire il mal di testa (che aveva anche Socrate, nel leggere Parmenide) ma bisogna pur spiegare perchè st'omo ci ha fatto du' palle tante. Il pensare, secondo Parmenide, vuol dire essere, da cui il non essere non può essere pensato. Ci avrei da ridire, ma lasciamo perdere... Per lui l'Essere era qualcosa di unico, intero, d'immobile e d'ingenerato. Unico perchè unica realtà esistente, intero perchè assente di vuoto, immobile perchè il movimento avrebbe dovuto includere l'idea dell'occupazione d'uno spazio precedentemente vuoto, d'ingenerato perchè l'essere non poteva essere generato dal non essere. E benvenuti nel clun dell'emicrania. Io avrei detto: unico, intero, mobile e in divenire. Il perchè sono affari miei. Comunque mi chiedo: ma tutto questo arzigogolo serve all'uomo comune? serve a migliorare la qualità della vita durante la quotidianità? Ancora non lo so, per il momento direi di no.

sabato 27 giugno 2009

ERACLITORIDEO

Eraclito. Onomatopeico. Quanto se la tirava questo qui. Se aveva bisogno di un consiglio diceva di dover riflettere fra sè e sè. Dei presenti sottolineava spesso l'assenza; affermava inoltre che come l'oracolo egli accennava. Da qui il soprannome affibiatogli: Eraclito l'oscuro. E' comunque vero che egli lasciò vera sostanza nella storia del pensiero occidentale. Definì il concetto di "divenire" dove ogni cosa del mondo subiva continuamente un cambiamento. Anche le cose che crediamo siano le più immutabili, con il tempo cambiano e si trasformano. Famosa è la frase: non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume. Saremmo cambiati noi ed il fiume. Panta rei: tutto scorre. All'interno di questa realtà in continuo divenire si gioca inoltre la continua lotta fra i due aspetti opposti della stessa unità. Il bene ed il male, il dolore ed il piacere. Cosa sarebbe, dice Eraclito, il cibo se non vi fosse la fame; cosa la pace senza la guerra, cosa la luce senza il buio. E' così, senza dubbio: cosa sarebbe la liberazione senza la costipazione; cosa la minzione senza la ritenzione; cosa il meteorismo senza la presenza di gas intestinali. Non ho invece mai capito perchè vomitiamo. Comunque anche io ho voluto dare il mio contributo e, alla teoria degli opposti, ho fatto una piccola postilla: L'INCASTRO. E' incontrovertibile che il movimento dell'incastro provoca piacere. Pensate al dito nel naso, alla pallina da golf e alla buca, al sole fra le montagne, al treno nella galleria. Certo, ho tralasciato la cosa più esplicita e scontata ma va da sè.... D'altra parte anche per arrivare a questa conclusione, come dice l'amico Giobbe, Adamo ed Eva, dovettero più e più volte farsi male: ginocchiate nello stomaco, gomitate sugli stinchi, diti negli occhi... poi alla fine trovarono l'incastro giusto. Va bè, tornando ad Eraclito, potremmo alla fine descriverlo come un grande filosofo, con l'arterio, ma comunque un big. Senonchè, senonchè... anche lui ha il suo piccolo grande neo: la sua morte. Come morì Eraclito: cercando di curare una forma di idropisia che lo tormentava. Egli si ricoprì di sterco e si espose al sole, fu visto da un branco di cani affamati che, credendolo uno scarabeo stercorario, non ebbero scrupoli a sbranarlo. Ecco come ci si sputtana una carriera. Solo Jimi Hendrix morì in modo altrettanto scemo (affogato nel proprio vomito). Sembra inoltre che uno dei cani colpevoli dello scempio, tre giorni dopo il fattaccio abbia avuto attacchi di dissenteria così violenti da decidersi al suicidio tramite assunzione massiccia di bocconcini Fido Cane.

venerdì 19 giugno 2009

PITAGORA ERA UN DEMENTE

Già il fatto che abbia scelto di lasciare l'isola di Samo per venire a tiranneggiare a Crotone (!) la dice lunga sulle capacità di scelta di Pitagora. Ma lasciando perdere questo aspetto (d'altra parte c'è gente che vive a Milano) mi chiedo cosa abbia tangibilmente apportato l'esperienza di Pitagora al pensiero filosofico occidentale. Forse alla matematica, alla geometria, non certo alla filosofia. Per luì, l'archè era il numero: quando guardava il suo cane abbaiare incazzato perchè non gli lasciava nemmeno gli avanzi degli avanzi pensava che fosse composto di numerini su numerini. Direi tipo matrix, avete visto il film no? Ok, penso che Pitagora vedesse il mondo in quel modo: sfondo nero e codici verdi in discesa libera tipo Invaders. Rispetto ai filosofi precendenti aveva bruciato, tralasciato un aspetto fondamentale: che il tutto fosse qualcosa di appartenente alla natura. No! questo s'era fissato coi numeretti e tutti noi sappiamo quanto sono pallosi e paranoici i matematici di professione. Vabbè, ha formulato il famoso teorema, ha introdotto il concetto di metempsicosi... ma questo non può garantirgli il perdono per il tentativo di misurare la circonferenza di dio. Era un demente, via. In altre parole lo confermò successivamente anche Eraclito (che però, come vedremo era un coglione)affermando a tal proposito che "l'erudizione non insegna ad essere intelligenti". Una stupidata che invece m'ha incuriosito è che i neofiti della scuola pitagorica si chiamassero acusmatici... avrei potuto trovarli al pronto soccorso! Per concludere in bellezza vi elencherò alcune regole fondamentali che Pitagora impose ai suoi discepoli. Tenete presente tutti i precetti morali che le religioni hanno espresso nei secoli e tenetevi forte. Ecco: 1) Non mangiare fave 2) Non raccogliere ciò che è caduto 3) Non toccare un gallo bianco 4) Non spezzare il pane 5) Non scavalcare le travi 6) Non attizzare il fuoco con il ferro 7) Non addentare una pagnotta intera (Cretino!, ma se non lo possono spezzare il pane, e non lo possono addentare intero, come cazzo fanno a mangiarlo?) 8) Non strappare le ghirlande 9) Non sedersi su un boccale 10) Non mangiare il cuore 11) Non guardarsi nello specchio accanto al lume 12) Spianare l'impronta quando ci si alza dal letto. Mi sembra di sognare eppure è vero! lo giuro. Infatti al tipo che scrisse successivamente i dieci comandamenti dettero il nobel e a quel tempo andare in Svezia per ritirare il premio mica era un viaggietto da niente! NON MANGIARE FAVE! mi viene da pensare che sia stata un'allusione, un'avversione al movimento gay dell'epoca. Boh! Pitagora era un demente.

domenica 7 giugno 2009

ANASSIMANDRO A CASTELLINA IN CHIANTI

Sicuramente quando circa venti anni fa mi svegliavo nel bel mezzo della notte e scappavo di casa non avevo idea di cosa fosse l'Apeiron. Ma certo è che se dovessi definire con parole mie questo concetto, espresso dal filosofo milese Anassimandro, non saprei rispondere meglio se non raccontando di quei momenti. Scappato, appunto, alle tre di notte, in una estate del giugno del 1991, ho guidato per la strada che da San Donato in Poggio porta a Castellina in Chianti. Lì, sui poggi della Castellina, ho aspettato che il sole evaporasse dall'orizzonte e, sceso dalla mia Fiat Uno, ho aperto le braccia come crocifisso dai raggi dell'alba. E poi la tentazione di roteare come un derviscio, inebriato dalla frescura frizzante del mattino. Ecco com'è stato il primo contatto con l'infinito, con quello stato da cui si proviene e in cui di certo si finirà. E' il pensiero di Anassimandro, su cui poi si è speculato e discusso con retorica.

martedì 2 giugno 2009

Talete e il topolino

Talete fu il primo filosofo della storia e principalmente ebbe il merito di mettere in discussione le risposte che fin da allora erano state date sulle origini del mondo. Secondo lui l'elemento primodordiale da cui discendeva tutto era l'acqua. Per me dunque è quello dell'acqua e sopratutto oramai si associa idealmente con mio cognato, che fa l'idraulico e che onestamente, pur essendo una bravissima persona, non ha il portamento del filoso milese. Nondimeno per me Talete è Fabio Poggi. Ma a parte ste menate personali Talete ebbe vari meriti: il primo fu quello di non lasciare nessun documento scritto, poi quello di aver diviso l'anno in 365 giorni, infine quello di indovinare in anticipo la venuta d'una eclissi di sole. Ora, nell'ultimo caso, è stato poi appurato che fu un po' una botta di culo ma ciò impressionò al tal punto i suoi contemporanei che gli permisero, in pratica, di cazzeggiare per il resto dei suoi giorni. In realtà la mia simpatia per Talete nasce sopratutto da un episodio: un giorno, camminando ed osservando le stelle, egli - distratto - cadde in un pozzo. Una serva, che aveva visto tutta la scena, prima si scompisciò dalle risate e poi lo prese per le mele vita natural durante. Da quì l'idea del filosofo con la testa fra le nuvole, sempre distratto dai suoi pensieri inutili e aerei. Tra l'altro st'aneddoto m'ha dato lo spunto per un raccontino a mia figlia Vittoria. Infatti il sabato e la domenica mattina, appena svegli, la mia bimba mi guarda e mi chiede subito: "Babbu, che animali hai incontrato oggi?". Io, che spesso non dormo o sono rincoglionito dai sonniferi trasecolo e poi mi devo inventare sempre qualche storia finendo sempre, come diceva la mia professoressa di diritto, in qualche carpineto. Ma l'altro giorno gli ho risposto prontamente: "ho visto un topino, piccolino piccolino, che girellava per un bel prato verde con la sua codina grigiolina e troppo lunga per il suo corpicino. E questo topolino guardava sempre in alto, verso il cielo, e osservava la luna mattutina, bianca e bella come le ultime stelle. Intanto continuava a camminare seguendo il percorso e la lentezza di passo delle nuvole. Ma ad un tratto, badatumpete!, il povero topolino si ritrovò in una buca. Povero topino! non s'era accorto che proprio davanti ai suoi piedi c'era questo bel buco, probabilmente scavato da una di quelle maledette talpe cieche che scavano tutto il giorno senza costrutto. E mentre pensava a come poter uscire da quella maledetta situazione ecco che il topino sentì ridere fragorosamente e vezzeggiosamente; un risolino stridulo e inconfondibilmente femminile. Infatti da sopra spuntò sghignazzante una topolina, una piccola topolina, grigia come le nebbie che poco prima aveva visto sollevarsi dalle valli. Una topolina con due occhi azzurri e lucenti come acqua di cristallo. E lei, con fatica, dopo aver smesso di aver riso gli rivolse così la parola: "Ben ti sta! hai visto cosa succede a guardare sempre verso l'alto". Il topino contraccambio lo sguardo e, incantato, da basso rispose: "Sì, adesso l'ho visto".