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lunedì 16 dicembre 2013

FINKIELKRAUT

PARIGI - Defilato per qualche anno dall'agone intellettuale parigino, il ritorno editoriale di Alain Finkielkraut è stato fragoroso. L'identité malheureuse, cupa riflessione sull'identità francese minacciata, e dunque infelice, è in testa alle classiche da settimane. Il filosofo prosegue la sua critica antimoderna, contro il relativismo culturale, denunciando i continui attacchi alla laicità, la crisi dell'integrazione degli stranieri, proprio lui che è figlio di ebrei polacchi naturalizzati dopo la guerra. Un pamphlet che intercetta l'air du temps e che, secondo alcuni commentatori, mette in bella copia le pericolose idee del Front National. "È invece la sinistra che, vigliaccamente, ha abbandonato la difesa di alcuni suoi principi repubblicani" risponde Finkielkraut, circondato da pile di libri nella casa di rue Vavin.

Definito da Le Point come uno degli ideologi del nuovo movimento "neocon" francese, galassia di intellettuali reazionari sempre più agguerriti da quando la sinistra è al governo, il filosofo firma uno dei suoi libri più personali, nel quale racconta anche la gioventù da gauchiste del Sessantotto, oggi amaramente pentito.

Si riconosce nella definizione di nuovo intellettuale reazionario?

"Il cosidetto progressismo, inteso come supremazia del politico sulla realtà, ha fallito. Avrebbe dovuto essere sepolto tra le rovine del Muro di Berlino. Oggi, in verità, lagauche non crede al progresso ma all'eterno ritorno, paventando un balzo all'indietro fino agli anni Trenta, preludio di un altro fascismo. Come se il presente non potesse essere nuovo, solo una copia del passato. Rifiuto queste analogie storiche. Penso, invece, che attraversiamo un'epoca inedita che getta nel panico alcuniintellettuali, incapaci di riflettere sull'ignoto".

Lei sembra un inguaribile nostalgico. Già nel 1987, in La sconfitta del pensiero, criticava la "barbarie del mondo moderno". L'Identité malheureuse è il seguito ideale?

"Nel suo rapporto alla Storia, l'uomo oggi si sente depotenziato. Il cambiamento non è più quel che facciamo, ma quel che ci succede. Come scrisse François Furet nelPassato di un'illusione, "l'idea di un'altra società è diventata quasi impossibile da pensare". I governi, la politica, non determinano più un progetto, lo accompagnano semplicemente. Ci ritroviamo a dibattere su alcuni argomenti, come l'immigrazione, a cose ormai fatte. E così ci sentiamo "condannati a vivere nel mondo nel quale viviamo" per riprendere ancora una citazione di Furet".

Cosa rende, secondo lei, così infelice la Francia?

"Il nostro modello di integrazione non funziona più. In alcuni quartieri o città, le leggi francesi non vengono rispettate. C'è un disagio sempre piùprofondo rispetto a rivendicazioni religiose e culturali che vogliono scardinare le fondamenta della nostra République.

I professori che lavorano in alcuni licei dibanlieue denunciano l'aumento dell'antisemitismo, del sessismo, della francofobia. Ormai l'insulto "sporco francese" è sempre più diffuso. La Francia si è costruita sul modello dell'assimilazione, un sistema di accoglienza alla pari: l'immigrato rinunciava a qualcosa ma in cambio aveva moltissimo".

Teme che avanzi il modello multiculturale?

"Da figlio di immigrati, mi sento in debito verso la Francia. A scuola nessuno mi chiedeva da dove venivo, in quale religione credevo. Oggi invece ogni immigrato è catalogato per paese, cultura, religione. Bisogna rispettare ogni differenza. Viene proposta una società inclusiva, in cui ognuno arriva con il suo bagaglio e rimane così com'è. Dietro a questa apparente generosità, c'è in un impoverimento dell'ospitalità francese e un abbaglio: la società inclusiva non risolverà la crisi della convivenza.

Le culture non si mettono accanto come negli scaffali del supermercato, dove il sushi sta bene vicino alla paella. Gli stili di vita possono confliggere".

Lei però attacca una cultura e religione in particolare?

"Non sto facendo alcuna discriminazione, fotografo solo la realtà. Il rischio oggi è minimizzare, chiudere gli occhi. È vero che durante le altre ondate di immigrazione in Francia abbiamo conosciuto tensioni, anche gravi, ma laRépublique non era mai stata contestata nei suoi principi fondamentali. Nessuno sta insultando l'Islam. Dobbiamo dire che esistono regole di convivenza che non possono essere messe in discussione. Quando si fa una legge per vietare il velo nelle scuole, non si escludono le ragazze: si esclude semplicementeil velo".

In L'Ebreo Immaginario aveva già fatto una riflessione sull'identità della diaspora. C'è un legame?

"In quanto ebreo, sono consapevole che, in passato, il concetto di identità è servito per discriminazioni e massacri. Ho criticato Nicolas Sarkozy quando halanciato il suo controverso dibatitto sull'identità nazionale. Poi però ho trovato incomprensibile l'indignazione di alcuni intellettuali che esageravano nell'altro senso. Non è perché comunichiamo con tutti, nel cosiddetto villaggio globale, che sono scomparse le frontiere. Siamo esseri incarnati, viviamo in un luogo fisico, che determina le nostre emozioni, Se l'Italia dichiara il lutto nazionale per le vittime dell'alluvione in Sardegna significa che c'è un sentire comune, che in questo caso non coinvolge i francesi. La nazione è lo spazio in cui ciò che arriva all'altro succede anche a me. Il relativismo culturale è la base del nichilismo: perdiamo il senso del tragico".

Quando si è sentito per la prima volta francese?

"A poco a poco, per shock successivi. Da giovane il mio impegno politico era apolide. Sono stato gauchiste, come tutti quelli della mia generazione, contro il "Sistema", la "Dominazione", come scriveva Pierre Bourdieu. Poi ho incominciato a leggere le testimonianze dei dissidenti comunisti e mi sono resoconto dell'importanza della democrazia. Sono diventato un antitotalitarista. Solo alla fine degli anni Ottanta, quando sono incominciate le prime querelle sul velo islamico nelle scuole, mi sono sentito difensore della République.

Fino ad allora non mi ero mai interrogato sull'interpretazione francese della democrazia, molto diversa da quella di americani, britannici e forse anche dagli italiani. Sulla laicità, ad esempio, siamo un esempio quasi unico al mondo: le leggi che abbiamo fatto qui in Francia sono considerate liberticide in altre democrazie. Insomma, sono diventato francese invecchiando, sentendo in pericolo tutto ciò che questo paese ha dato a me e alla mia famiglia".

 

mercoledì 4 dicembre 2013

PAUL SALOPEK

Trentatremila chilometri, quattro continenti, sette anni in viaggio. A piedi. Per un totale di 30 milioni di passi, più o meno. Paul Salopek - 51 anni, giornalista e scrittore, ex inviato di guerra e corrispondente dall'Africa, due premi Pulitzer vinti - sta girando il mondo sulle orme (e con i mezzi) dei nostri antenati, i primi uomini che circa 60 mila anni fa lasciarono l'Africa e in poche migliaia di anni riuscirono a colonizzare l'intero pianeta.

È partito a gennaio da Herto Bouri, un villaggio nel cuore dell'altopiano etiopico dove sono stati trovati i resti fossili di una delle più antiche specie di ominidi. Ha attraversato il deserto della Dancalia in compagnia di una guida e di un paio di dromedari, fino a Gibuti, dove si è imbarcato per l'Arabia Saudita. Proseguirà per il Medio Oriente, attraverserà l'Asia centrale, risalirà dalla Cina fino alla Russia siberiana, passerà in nave lo Stretto di Bering, sbarcherà in Alaska e scenderà lungo tutta la costa occidentale del continente americano, sempre camminando, "a cinque chilometri l'ora, la velocità per cui è programmato il nostro corpo", dice. La meta finale è la Terra del Fuoco, il punto più lontano raggiunto dall'uomo nella sua colonizzazione delle terre emerse. Se tutto va secondo i programmi, ci arriverà nel 2020.

Oltre a un cambio d'abito, qualche medicina, cibo e acqua, carta e matita, Salopek porta nello zaino un telefono satellitare e un computer portatile. Aggiorna costantemente il suo blog e ogni tanto si affaccia su twitter. Ma alla velocità con cui le informazioni si diffondono nell'era della rete contrappone il suoslow journalism, una filosofia che per sua stessa ammissione ricorda quella di Slow Food. "La sintetizzerei in una parola: qualità", spiega, raggiunto al telefono durante una pausa del suo viaggio. "Qualità nel cibo è un pomodoro cresciuto al sole invece che sottoposto a trattamenti chimici che accelerano la maturazione. Qualità nella scrittura significa poter approfondire, fare collegamenti, scoprire che cosa c'è dietro un titolo di giornale o una notizia riassunta in 30 secondi da un servizio in tv".

Dove si trova adesso?

"Sono in Giordania, ho appena attraversato il confine con l'Arabia Saudita. Finora ho percorso più o meno 2.000 chilometri".

Come si sente fisicamente? I piedi?

"Sto molto bene, non ho avutograndi problemi. È tutta la vita che cammino, quindi direi che anche i piedi sono abituati".

Quante paia di scarpe ha consumato?

"Uno solo, ma ormai è ridotto a brandelli. Dovrò comprarmene uno nuovo".

Com'è la sua giornata?

"Finora ho viaggiato soprattutto in terreni desertici, tra Etiopia e Penisola arabica. Abbiamovissuto un po' come i beduini di 100, 200 anni fa: sveglia all'alba, colazione con un sorso di tè e un pezzo di pane e formaggio, poi camminare fino al tramonto, accamparsi per la notte, eccetera. Man mano che mi avvicino al nord del mondo il paesaggio cambierà, sarà dominato dalle automobili, ci sarà più gente, e certo non potrò dormire all'aperto. Dovrò chiedere ospitalitàin giro, cambierà anche il mio modo di scrivere".

Viaggia da solo o in compagnia?

"Cercherò di essere sempre accompagnato. Amo la natura, amo stare all'aria aperta, ma questo progetto riguarda soprattutto la gente, gli esseri umani. Finora ho camminato con pastori nomadi, giornalisti disoccupati, lavoratori dei pozzi di petrolio in vacanza, soldati in congedo: tutte queste persone sono una finestra sulla comunità in cui vivono. Se viaggiassi da solo diventerebbe molto noioso: rischierei di raccontare solo i pensieri che mi vengono in testa".

Si ferma ogni tanto?

"Certo, per approfondire meglio una storia, o per riposarmi, raccogliere informazioni, scrivere. Sono stato fermo in città per tutto il mese di Ramadan: tutti digiunavano, me compreso, e andare in giro nel deserto a digiuno non è molto prudente".

C'è un incontro che l'ha colpita più degli altri?

"Per attraversare il Mar Rosso da Gibuti all'Arabia Saudita, mi sono fatto dare un passaggio da una nave cammelliera. Portava 9.000 dromedari al macello, quindi era già un viaggio malinconico. In più, gli ufficiali della nave erano tutti siriani, lontani dal loro paese in guerra. Parlando con loro ho capito che cosa significa essere senza patria, non avere più un posto dove tornare".

Il suo articolo per National Geographic [è la storia di copertina del numero di dicembre, ndr] comincia con il suo incontro con un pastore etiope che le chiede: "Sei pazzo?". Quante volte si è posto la stessa domanda in questi mesi?

"È una domanda che mi faccio da un sacco di tempo, quindi questo viaggio non cambia molto le cose. Voglio chiarire però che non sono partito per portare a termine un'impresa sportiva, non voglio entrare nel Guinness dei Primati. Sono qui perché penso che andando più piano il mio lavoro migliorerà, avrò più storie significative da raccontare. Se smettessi di trovarlo interessante, potrei fermarmi anche domani. Ma finora è stato interessantissimo".

 

mercoledì 6 novembre 2013

GIOELE DIX

La letteratura secondo Gioele. Niente di accademico, ça va sans dire. Al contrario, un esperimento da caffè letterario in chiave giocosa tra libere associazioni, aneddoti, riflessioni e connessioni impreviste. Sono i "Giovedix" in cui il comico e attore ma anche scrittore (di testi teatrali e di un romanzo, Si vede che era destino) legge, racconta, smonta e rimonta cinque grandi autori del Novecento: Italo Calvino, Primo Levi, Giorgio Manganelli, Achille Campanile e Dino Buzzati (da oggi, per cinque giovedì, Cafè Rouge del Franco Parenti).

Gioele Dix, perché proprio questa cinquina?

"Scelta arbitraria: fanno parte del mio dna, i pilastri della mia formazione letteraria".

Tutti italiani.

"Non per banale patriottismo, ma per senso di appartenenza. Mi interessano le invenzioni linguistiche".

Né reading, né lezioni. Che cosa sono questi "Giovedix"?

"Sono un esperimento in cui provo a riprodurre in pubblico quel che accade quando si legge un libro che ci appassiona: ci si ferma, si torna su una frase che ci ha colpito, si corre a un altro autore, a un film, a un pensiero, a un ricordo. Penso al lettore come a un esploratore di mondi. Esplorarli insieme è diverso dal farlo in solitario".

Stasera si comincia con Calvino.

"Sì, due racconti dalla raccolta Ti con zero: Il guidatore notturno e L'inseguitore, due formidabili riflessioni sull'idea di spazio/tempo. Per me Calvino è la complessità dell'intelligenza, come scendere in profondità senza zavorra, restando leggeri".

Giovedì prossimo tocca a Primo Levi.

"Ho scelto L'ultimo Natale di guerra, che contiene alcune interviste impossibili ad animali. Con me ci sarà anche Stefano Bartezzaghi per leggere Il gabbiano di Chivasso. Di Levi mi colpisce la fluidità. Si pensa a lui come all'emblema del sopravvissuto, ma la sua scrittura ha una freschezza impressionante. Mi fa quasi incazzare tanto sembra naturale".

Poi con "Centuria" arriva Manganelli.

"Manganelli è la fantasia folle, il trionfo dell'aggettivo senza renderlo indigesto, il paradosso funambolico come quello dell'inquilino che non c'è e i condominiche se la prendono perché "come si permette di non dare fastidio?"".

Di Campanile invece ha scelto il "Manuale di conversazione".

"Umorista geniale. Il primo libro che ho letto da ragazzino era un suo romanzo, Se la luna mi porta fortuna. Lì ho capito cos'è la scintilla che accende il rovesciamento benefico della comicità".

"Il colombre e altri racconti di Buzzati" chiude il ciclo.

"Buzzati è l'arte della sospensione. Racconta le cose lasciandole aperte come se un evento ineluttabile stesse sempre per accadere. Una sorta di disegno superiore: non punitivo come quello monoteista, ma affollato di dei capricciosi molto umani".

Ci sono parecchi illustri esclusi. Gadda, Svevo...

"Ma questo è solo il primo ciclo, se funziona ho intenzione di andare avanti. E Gadda non potrà mancare, Svevo invece mi sollecita di meno. Non farei mai Testori, che sento lontano, ma ci proverei con Pasolini".

Nessuna scrittrice?

"Vorrei occuparmi anche di poesia, per prima sceglierei Patrizia Cavalli".

I grandi classici non la tentano?

"Dante o Manzoni no. Dopo Carmelo Bene aggiungere qualcosa su Dante è impossibile, mentre per Manzoni mi servono ancora 300 anni per dimenticare quanto me lo hanno fatto odiare a scuola".

Tutte scelte molto personali.

"L'idea è condividere le mie passioni letterarie. Come se prestassi i libri che ho amato, che poi vuol dire regalarli. Perché, quando un libro è bello, mica lo restituisci. Al massimo lo passi a qualcun altro".

 

sabato 10 dicembre 2011

KRISTEN DUNST


Kristen Dunst è la protagonista di Melancholia di Lars Von Trier “Lars Von Trier è stato categorico : mi ha detto che nei miei occhi doveva leggersi solo la tristezza”.
Lei è sopravvissuta alle riprese o a Lars Von Trier
“Più che faticoso è stato catartico , mi sono lasciata andare e sono diventata vulnerabile. E’ stato difficile immedesimarsi, a volte doloroso ; alla fine delle giornata mi trovavo senza energie”
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Dove ha cercato le emozioni per raccontare la depressione?
“Lars e io abbiamo parlato molto della sua esperienza con la depressione. Ci siamo scambiati idee su come si manifesta e come viene percepita. Lars ne ha sofferto a lungo e ha ancora alti e bassi. Ognuno la vive in maniera diversa. Lui non solo la tiene a bada , ma la usa per scrivere storie incredibili. Io ho preferito dimenticarla. Non sono così forte da utilizzarla , anche se so benissimo che alle spalle di tanti libri e opere d’arte ci sono storie di nevrosi”
Raccontarla al cinema è stata una bella sfida
“Certo. Quando sei depresso non fai molto, dunque sai che noia filmare uno che rimane immobile e catatonico tutto il giorno! Devi inventarti qualcosa e Lars ci è riuscito , mettendo in scena quell’idea meravigliosa del pianeta che incombe, del cielo che diventa sempre più nero , della fine di tutto che si avvicina ed è davvero quello che provi: ti sembra che il mondo ti cade addosso. Anche se poni, paradossalmente , in certe situazioni estreme , i depressi sanno reagire con un’improvvisa energia. Se non ti aspetti nulla della vita , non hai più paura”
Ha lavorato con Alexander Skarsgard
“lo adoro, è così dolce. Ed è un ottimo attore. Anche molto divertente , e non è male trovare qualcuno che tiri su di morale. Poi è bello. In una scena dovevamo spogliarci entrambi… Lui si è tolto la camicia e io l’ho fermato "Ehi, no, stop, stop, sei troppo bello , togliti prima i pantaloni e tieni su i calzini , dai!”. In The Blood era sempre senza una camicia ed era un piacere vederlo”
E’ stato imbarazzante per lei spogliarsi nella scena in cui si sdraia e la macchina da presa la studia?
“Una scena splendida , che fa capire molto bene l’intimità del rapporto tra Justine e il suo pianeta , fra lei e la malinconia. Sapevo che sarebbe stata bella, ma mentre la giri è diverso. E’ buio, fa freddo, ci sono zanzare , c’è lo scenografo che sistema la scena e ti veste. Poi, inizi ed entri nella magia del cinema”
Vederla nuda attira inevitabilmente l’attenzione sulla sua bellezza
“Non faccio niente di particolare per tenermi in forma. Ancora meno quando giro , perché si lavora così tanto, si è così stanchi, che l’ultima cosa che ti viene in mente è andare in palestra”
Tutte le attrici che hanno lavorato con Lars poi ne parlano con totale venerazione
“E sa perché ne parlano così? Perché recitare con lui è un’esperienza liberatoria. Sa dove vuole arrivare e ti ci fa arrivare , senza costringerti. Fa tutto lui. Non sapevamo che cosa avremmo fatto, sapevamo solo che quella determinata scena si sarebbe girata in quella data stanza. La macchina da presa vaga per un quarto d’ora , lui può essere presente o anche no e tu ti senti nelle sue mani . Sul set regna un’atmosfera magica”
Per questo è riuscito a tirarle fuori quello che aveva dentro?
“Direi di sì , è una qualità che vorrei avere anch’io se mai un giorno dovessi passare dall’altra parte della macchina da presa. Dipende da come sai parlare agli attori , dal feeling. Una bella ripresa da sola non basta: si devono percepire le emozioni e Lars è in grado di tirare fuori dagli attori cose di cui nemmeno loro sono consapevoli. Una volta con Charlotte Gainsbourg stavamo interpretando la scena del pianeta in un certo modo. Lui mi ha fermato “Okay, rifai la scena come se fossi dispiaciuta per il pianeta , come se il pianeta fosse la cosa più bella per te” . E tutto è cambiato”
E’ mai violento con gli attori?
“Se qualcuno lo fosse , mi bloccherei. Non puoi aprirti se non ti fidi del tuo regista e neppure se ti maltratta”
Lei ha difeso Lars Von Trier a Cannes , dopo le sue dichiarazioni che sostenevano il nazismo
“Non ho voglia di parlare di questo argomento. Lui ha sbagliato , ma è stato provocato ed è un provocatore lui stesso e le sue parole a volte sono solo paradossi”
Quando lei attraversa momenti bui , cosa la aiuta davvero?
“Avere un copione da studiare e andare in un altro mondo. E’ successo con Melancholia. Convivere con la depressione è difficile , ma in un certo senso percepisce le cose meglio degli altri, le conosci più in profondità , ti trasformi in una specie di profeta. Mentre studiavo la parte, mi sono ritrovata a fare mille riflessioni. Mi piaceva la depressione di Justine così psichica e romantica al tempo stesso. Il pianeta che si avvicina alla Terra per lei è una sorta di amante perduto. In quel momento puoi avere tutte le preoccupazioni del mondo, ma sei lì, col copione fra le mani , t’immergi nella storia , evochi immagini ed emozioni. E dimentichi tutto il resto”
I ruoli difficili sembrano piacerle
“Mi piace lavorare accanto a persone di cui condivido la visione del mondo, come Sofia Coppola. Mi piace fare parte delle loro storie”
Tornando a Melancholia , qual è la stata la scena più difficile da girare?
“Quella con Charlotte Gainsbourg alla fine. In tanti altri momenti siano in sintonia , ma in quella no. Tendo ad andare d’accordo con tutti sul set e quando non è così provo disagio . In quel caso non so cosa sia successo , mi sembrava strana anche la mia voce, strana e fastidiosa”
Come è stato il passaggio dai film di cassetta come Spiderman a questo?
“Mi piacciono tutti i film di tutti i generi , perché ho bisogno di esprimere stati d’animo diversi. Vorrei che mi chiamassero per una commedia. Dopo essermi vista in questo film ho pensato “Voglio guardarmi ridere”. Non puoi essere sempre cupa , pesante. La prossima volta voglio spassarmela!”
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E’ vero che la scena del matrimonio è cambiata perché l’abito doveva essere molto speciale e ha dovuto indossarlo per circa due mesi?
“Sì, ma mi piace che Justine lo strappi , senza preoccuparsene molto , che si tolga gli orecchini, si faccia un bagno e se lo rimetta come se si trattasse una maglietta qualsiasi. Era davvero qualcosa di completamento inedito , anche se si raccontava un matrimonio”
E se finisse il mondo , sarebbe calma come il suo personaggio nel film?
“Proprio per niente , sarei come Charlotte : andrei fuori di testa”
Crede nella spiritualità , in un ordine cosmico o nel destino?
“Non mi faccia entrare in questi discorsi”
Ha fiducia negli esseri umani?
“Il nostro inconscio è estremamente potente e se pensi intensamente a qualcuno, ti arriverà un email da parte sua. Credo che siamo stati tutti collegati”
Non le spiace che stiano girando un quarto Spiderman senza di lei?
“Gli attori sono tutti bravissimi e alla prima non mancherò. Certo, è strano che ti dicano “Sei troppo vecchia per questo ruolo” quando hai solo 29 anni”
Lei è reduce dal set di Sulla strada
“Sarà un film importante , tratto com’è da un romanzo che ha affascinato numerose generazioni. Mi piace il regista , Walter Salles, e mi è piaciuto molto uno dei suoi film , I diari della motocicletta”
E’ stata anche lei in un campo di addestramento beatnik come il protagonista , Sam Riley?
“Non era necessario , perché il mio ruolo era meno importante. Ma ho letto il libro di Carolyn Cassidy , Off the road, un grande libro in cui l’autrice racconta i vent’anni passati da Kerouac e gli altri poeti di quella generazione. Adesso però basta film seri : voglio farvi ridere!”

giovedì 1 dicembre 2011

CHARLOTTE GAINSBOURG

Charlotte Gainsbourg , 40 anni, è affascinata dai cattivi genitori. ( i suoi erano i famosi Serge Gainsbourg, ultimo bohemiene di Parigi, e l’attrice Jane Birkin ndb). Nel suo nuovo film , Melancholia di Lars von Trier . Nel film Charlotte è la sorella maggiore di Charlotte Rampling, una delle madri più atroci comparse al grande schermo. Nella sua vita ha dovuto fare i conti con un padre alcolista e afforntare il divorzio dei genitori.
“C’è sempre un motivo per rimproverare i tuoi genitori. E’ normale. Vedo già che cosa avranno da ridire. Preferisco anticipare il lato negativo, piuttosto che ricevere uno schiaffo in faccia poi”
Non riesce a scrollarsi di dosso l’ombra di suo padre. Ora Charlotte Gainsbourg è sposata con il regista Yvan Attal, ed è al centro di un gossip. Ha portato più volte testate francesi in tribunale , colpevoli di ficcare il naso nella sua vita privata , speculando sulla fine del suo matrimonio. I due hanno tre figli.

L’attrice sa che l’interesse verso di lei è legato ai suoi genitori
“Ne sono orgogliosa. Ma è anche un peso. Non posso mai comportarmi come se i miei genitori non esistessero , perché c’è sempre qualcosa che mi rimanda a loro”.
Quest’anno in Francia ci sono state imponenti manifestazioni di commemorazione per il ventesimo anniversario della morte di suo padre. Le chiedo se ha trovato un po’ di felicità o conforto del piano collettivo
“Non c’ero. Ho lasciato la Francia apposta. Stavo girando un video musicale a Losa Angeles e sono rimasta là. Sono molto contenta che la gente l’abbia celebrato, ma io non posso celebrare la sua morte, mi parrebbe quanto meno singolare”
Per 15 anni Charlotte ha combattuto con le autorità francesi per far diventare la vecchia casa di suo padre, in Rue de Verneuil (Parigi) , in un museo. Ora la casa è chiusa e rimasta intatta come l’ha lasciata lui. Ma ha abbandonato il progetto.
“Davamo tutto: così voleva lui, la gente sapeva tutto della sua vita, anche le cose più intime. Mi sono resa conto che potevo tenere un po’ segreta solo questa casa , anche se la gente sa cosa c’è dentro perché ci sono numerosissime fotografie. Non riesco ad andare sulla sua tomba, al cimitero di Montparnasse, perché c’è sempre gente. Perciò è diventato importante per me tenere la casa in Rue de Verneuil . So che è bizzarro: sto tenendo una casa fantasma , come se lui fosse ancora lì. Mi rassicura sapere che esiste”
Gainsbourg aveva paura di rimanere prigioniera del gossip come successe a suo padre. Nel 2007 Charlotte fu operata per un’emorragia cerebrale, a seguito di un incidente sugli sci, ed era preoccupata che qualcuno potesse fotografarla in ospedale con la flebo al braccio. Suo padre durante il primo attacco cardiaco chiese agli infermieri , che lo trasportarono in barella fuori da casa sua, di prendere una coperta di cachemire per coprirlo.
“I miei genitori ci hanno sempre coinvolto nello spettacolo , scattavamo un mare di fotografie per i giornali. Ma quando i miei si separarono fu terribile : i paparazzi ci seguivano ovunque. Vivevo in albergo con mia madre. Ci capitava di trovare i fotografi in ascensore o nascosti tra gli alberi. Ho visto mia madre reagire con forza , avviare cause legali. Ho imparato da lei che hai diritto a una vita privata”

Non gli è piaciuta la frase di von Trier sulla simpatia di Hitler. In ogni caso cinematograficamente il regista non potrebbe mai torturarla quanto riesce a fare lei
“Non mi avvicino mai a una parte in modo sereno. E’ come se cercassi qualcosa che mi faccia star male. Ci sono troppe cose che non mi piacciono. Ma non significa che io sia negativa. Sulla bilancia , però, pesano più di quelle che mi piacciono. Sono contenta quando mi dicono che sono stata brava. Io però vedo molti errori. E sono ambiziosa : questo ti permette di raggiungere risultati maggiori”

domenica 20 novembre 2011

PEDRO ALMODOVAR


Pedro Almodovar a 62 anni è un regista che continua a sperimentare. Ultimo film è “La pelle che abito” con Antonio Banderas.
Psicopatici in doppio petto, uomini che diventano donne al di là della loro volontà. Protetta da un velo di eleganza normale, “La pelle che abito” sgomenta
“E’ un film duro che riesce a disegnare, in un contesto terribile, un finale non troppo distante dalla felicità. Mi interessava raccontare un processo di resistenza interiore. Descrivere un angolo inaccessibile di umanità in cui, tra un’angheria e una negazione, si continui a essere se stessi. Dove neanche la peggior tra le violazioni, possa davvero spingere alla resa”

Esiste quest’angolo?
“E’ tutto ciò che abbiamo. Io lo chiamo identità”
Il carnefice de “La pelle che abito” riporta al Frankenstein di Shelley. La chirurgia estetica è la nuova frontiera dell’orrore?
“Chiunque ha il diritto di operarsi , cambiare i connotati, intervenire , se non si piace , su ciò che desidera. La pelle determina le razze, ma la faccia non la nascondi. E’ il nostro specchio sugli altri. Riverbera una depressione denuncia una malattia”
In “Tutto su mia madre” uno dei protagonisti, Agadro, improvvisa un monologo che è più di un inno all’incisione del corpo
“E’ un transessuale, ma la sua ambiguità non indebolisce l’assunto. Agadro sostiene che si è autentici quanto più si somiglia all’idea che si è sognata di se stessi”
Lei è d’accordo?
“I diritti non si discutono. Come cittadino constato, come regista non mi adeguo e in generale, non scelgo chi è ricorso all’intervento. Sul volto di un attore , il segno stravolge l’espressività e disvela l’anacronismo. E’ come filmare un affresco sul Diciannovesimo secolo con la scenografia di Blade Runner”
La smania del ritocco esiste
“Ho parlato con luminari e scienziati e ho messo ne “La pelle che abito” elementi di verità che sembrano fantascientifici. In materia di chirurgia del volto , la Spagna è uno dei Paesi più avanzati”
Commesse e star , una vocazione trasversale . L’artificio fa proseliti , anche in politica
“Tra attori e politici esiste una specularità. Entrambi vendono un prodotto , un’immagine , un viso che è anche il loro principale strumento di lavoro”
Le fa impressione?
“Dovrebbero essere due mestieri diversi. La corsa al potere è un percorso che abbraccia la sovraesposizione personale. Cosa abbia a che vedere con il bene pubblico è parte di un trattato filosofico che richiederebbe troppo tempo”
L’ex Presidente del Consiglio , Silvio Berlusconi, non disdegna il lifting
“Quanti anni ha? Settantaquattro? E’ una figura molto interessante , anche in foto. In Spagna i ritocchi di zigomi a favore di telecamere non sono ancora uno stile. I parlamentari tentano di trasmettere , anche se in maniera programmaticamente ipocrita , un’immagine vicina a quella del popolo”
In Italia?
“Non vivo qui, voto altrove e anche da noi, lo saprà , abbiamo qualche problema”
Le dispiace se insistiamo?
“Mai chiesta la scaletta delle domande in vita mia , mai emanato un editto “Almodovar”. Come diceva Wilde non esistono domande imbarazzanti, ma solo risposte imbarazzanti. Mi dà fastidio altro”
Cosa esattamente?
“I giornalisti che strumentalizzano una dichiarazione per farmi dire quello che loro vorrebbero scrivere su Berlusconi. L’idea di piegare ogni ragionamento a un referendum non mi entusiasma. Neanche al cinema. Ha presente quei dibattiti appassionanti e profondi , trascorso un minuto scarso dalla fine della proiezione?”

Come sono?
“”Il film mi è piaciuto” “A me no”. Ecco, cose così, dialoghi intensi, eviterei”
Garantiamo
“Sul tema ho più domande che risposte , comunque. Classificare Berlusconi è complicato. Le notizie che lo riguardano abbracciano più il sesso che la politica”
Che domande porrebbe su Berlusconi
“Chiederei agli italiani lumi sullo sconcerto e sullo scandalo che il suo nome provoca comunque”
L’estetica berlusconiana accompagna il nostro immaginario da quasi vent’anni
“Capisco. Berlusconi è un omofobo ossessionato dalle donne che si vanta in continuazione di non essere finocchio”
Le operazioni in vitro. Le conquiste. . L’esercizio del potere. L’invulnerabilità da sventolare in spregio all’evidenza. Le sembra strano?
“L’unica bizzarria è che alcuni argomenti hanno a che fare con “La pelle che abito”
E poi?
“Questa frenetica lotta contro il trascorrere del tempo e l’ideale modello di bellezza maschile agognato da Berlusconi si avvicina ad ambiti professionali che ben conosco e dove, per ragioni tra le più varie, l’omosessualità abbonda. Ballerini, disegnatori, costumisti. So di cosa parlo e con questo , chiuderei”
Le indigna ancora qualcosa?
“Nel mondo della comunicazione c’è una perversione che contagia sia la forma che l’essenza. Corrono in parallelo. Imperano contenuti grossolani, urlati con aggressiva volgarità. Televisione e giornali , sono guidate dal dio unico del sensazionalismo. Non tutto è perduto comunque”
Speranze?
“Le persone comunicano. Pretendono una democrazia partecipativa. Utilizzano il web per far viaggiare tematiche universali e se si mettono in testa di reagire , il risultato è fulminante. E’ un fenomeno epocale. Ma avrei creduto possibile la primavera araba su un terreno che per tecnologia, denaro e mezzi è secoli dietro le grandi potenze”
Come si difende?
“Se mi chiedono un parere, ragiono. Conosco le regole del gioco tra l’intervistatore e l’intervistato , so stare sul palco. Detto questo , mi sono ritirato dalla coralità a metà degli anni ‘80”
Ne soffre?
“Sto benissimo. All’alba della nuova democrazia spagnola , un periodo molto stimolante dell’odierno , andavo in giro con una tribù di 50 persone. Era meraviglioso essere giovani , tirar la notte , esagerare. Oggi ho deciso di trascorrere la maggior parte dell’esistenza al chiuso di 4 pareti. La mia parte pubblica è un frammento di passato”
Sembra di ascoltare il poeta greco Kavafis sulla vita “Non sciuparla portandola in giro in balia del quotidiano, fino a farne una stucchevole estranea”
“La mia non è una condanna , ma una scelta. Se ritiene può metterla sotto la voce maturità. Non mi sento un misantropo , ma gli inverni passano e le circostanze si cambiano. C’è stato un momento in cui , non so neanche perché, ero diventato un fenomeno da baraccone da esportare , da fiera in fiera. L’icona della trasgressione ad ogni costo”
Si stupisce?
“Non mi sentivo diverso né eretico, mail personaggio eccitava i media più della persona. Se scherzavo in tv, ero certo di ritrovar montar solo le battute”
La consacrazione non le ha fatto dimenticare i suoi modelli. Ne “la pelle che abito” l’amore , come altri graffi almodovariani, è uno scambio di persona
“La mia protagonista è prigioniera e aspetta l’attimo fuggente per la propria salvezza. Se in matador il delitto era un elemento di bramosia erotica , qui, come altrove , amore e morte si incontrano”
Anche se El Cigarral , il rifugio della cieca perfidia di Banderas, è una gabbia al pari della poverissima Madrid dei suoi primi film , ne “la pelle che abito” l’incontro tra ricchi e nullatenenti si risolve in trauma
“I soldi non risolvono le psicosi e la gabbia è dentro di noi. Nel film le barriere sociali esistono, ma sono superate per un istante dall’invisibile ponte del desiderio”

Tra transgenesi laboratori e dubbi bioetici , “La pelle che abito” preconizza anche ciò che saremo?
“L’evoluzione medica mi entusiasma e al tempo stesso mi spaventa. Sono felice di non essere la persona deputata a decidere sulla prosecuzione delle ricerche perché nutro verso il genere umano una fiducia condizionata. In ogni caso non dipenderà da me”
Promette di essere un grande affare
“Un’ala della comunità scientifica ha già creato la cellula che dà la vita. Una scoperta che cambierà il mondo per sempre”
Ne è sicuro?
“Molte religioni traggono ruolo e forza nello stabilire l’origina divina dell’uomo. Se crolla il concetto di base , non scommetterei sulla loro resistenza. Sai che le dico?”
Prego
“Che non sarebbe male vivere ancora cent’anni”

sabato 19 novembre 2011

WOODY ALLEN


Woody Allen ha concluso di girare “Bop Decameron” a Roma. Il suo ultimo film Midnight in Paris c’è Clive Owen che tratta temi che gli sono cari : illusioni, nostalgia , la ricerca malinconica della felicità nelle fantasticherie , unico rifugio possibile.

Appunti privati?
Sono temi che mi hanno sempre affascinato. Da ragazzino ero un discreto illusionista : conoscevo molti trucchi ed ero attratto da qualunque cosa avesse a che fare con la magia. Forse perché speravo che ci fosse magia nel mondo: l’ho sempre cercata , ma non l’ho mai trovata. Sarebbe bello se qualcosa di magico potesse salvarci. Ma questo qualcosa non esiste”
Quando ha capito che non c’è?
“Man mano che cresci e sperimenti la vita: la realtà è piuttosto fosca”
Che illusioni aveva , da ragazzo?
“Pensavo che essere una movie star mi avrebbe reso felice. Che mi sarebbe piaciuto andare a Hollywood e vivere tra attori e attrici bellissime. Ma con il tempo ( e neanche tanto) mi sono reso conto che a Hollywood non ci volevo andare. Che quella vita non sarebbe stata la risposta a niente. La mia era solo una sciocca illusione infantile”
Che cosa le sarebbe piaciuto allora?
“Volevo imitare gli europei: Federico Fellini , Vittorio De Sica, Ingmar Bergman, Francoise Truffaut. Pensavo al cinema come arte , avevo obiettivi molto pretenziosi”
E li ha realizzati. Questo non l’ha resa felice?
“Quello che mi rende felice è che dopo tutti questi anni sono una specie di regista straniero negli Usa : i miei ultimi film sono tutti registrati all’estero”
In Midnight in Paris si dice che l’arte è un antidoto al vuoto dell’esistenza : è così, per lei?
“E’ una distrazione . La vita è piena di dolore e preoccupazioni : ecco, se entri in un cinema , e per un paio d’ore vedi sullo schermo persone belle, felici e ben vestite che ballano e si divertono e bevono champagne ( mi vengono in mente i film di Fred Astaire) riesci almeno a prenderti una vacanza dal mondo reale. Ti riposi un po’”
“Se fossi stato meno codardo il mio lavoro sarebbe stato migliore”. Che cosa intendeva?
“Se da giovane fossi stato più rigoroso e avessi girato quello che volevo , cioè storie serie e profonde , senza preoccuparmi del successo commerciale , forse avrei diretto film più belli. Avrei dovuto avere coraggio. Invece ho cominciato, e continuato , con quelle stupide commedie che piacevano a tutti… Mi sentivo salvo, sicuro”
Non è orgoglioso delle sue commedie?
“Ho diretto 42 film: di sei , massimo otto, sono orgoglioso. Non che mi vergogni degli altri , ma…”
Di quali è soddisfatto?
“La rosa purpurea del Cairo era un buon film. Poi Mariti e Mogli , Match Point , Vicky Cristina Barcellona , Pallottole su Broadway , Zelig era interessante. Gli altri… Sì, a posto , ma niente di brillante. Niente da ricordare”
Rimpianti riguardo alla sua vita privata?
“Rimpiango di aver scelto troppo spesso di essere solo. E di non essere stato più estroverso. Forse sarei stato più felice se avessi avuto una vita sociale più attiva. O mi sarebbe servito avere amici nello spettacolo ( ho pochissimi amici in generale – per colpa mia non ho mai coltivato amicizia) : a Hollywood si va a cena insieme, in vacanza insieme , a vedere i film dell’uno e dell’altro , i figli dei colleghi crescono insieme. Io non ho mai fatto di tutto questo. Non che sia scostante , ma non ho neppure teso la mano agli altri: mai invitato pranzo un’attrice con cui sto lavorando, per esempio, o proposto ad un attore simpatico di andare a teatro. Non perché le persone non mi piacciano : semplicemente non l’ho fatto. Di 42 film non mi resta un solo amico”
Però chi ha lavorato con lei la riempie di elogi
“Lo so , mi adorano: per la stessa ragione per la quale i bambini adorano un genitore che non dice mai di no. Quando i miei figli escono con me e chiedono comprami questo e quello o urlano per andare da qualche parte , io dico sì tutto il tempo : e loro mi vogliono bene. Lo stesso succede con le attrici : posso indossare questo? Sì. Posso camminare qua o là? . Certo. Così alla fine è stato bellissimo lavorare con lui”
Non si arrabbia mai?
“Mai . Solo con gli oggetti , quando non funzionano. Ho licenziato degli attori, questo sì, ma gentilmente”
E le donne? Rimpianti anche con loro?
“Rimpiango di aver perso tempo con donne condannate. Quelle che chiamo kamikaze: si suicidano con l’aeroplano ma tu sei seduto lì con loro , colpito dalle fiamme come spettatore innocente. Sono autodistruttive perché hanno problemi, ma i loro problemi uccidono te. Sì ho perso un sacco di tempo con ragazze interessanti e complicate. Rimpiango anche di non essermi sentito più sicuro: mi svalutavo, non osavo sognare che avrei potuto essere accettato. Non c’era niente di sbagliato in me , ma allora non lo sapevo. Quindi sì, ho molti rimpianti. Non che stia lì a pensarci tutto il tempo, ma visto che lei me lo chiede”
Ha continuato a svalutarsi anche dopo il successo?
“Sempre. A certi uomini il successo apre molte porte ma non a me: perché io non le ho aperte”
Rimpiange di non aver osato con qualche attrice in particolare?
“Quando ero giovane avevo una cotta per Brigitte Bardot. Avrei potuto conoscerla, ma non ho creduto nemmeno per un minuto che qualcosa tra noi fosse possibile. Pensavo : guarderebbe attraverso di me senza neanche vedermi. Non ho voluto perdere tempo”

Adesso è più sicuro di sé?
Adesso sono sposato e sto bene. Ma non cambio personalità da quando avevo 14 anni e ho ancora oggi gli stessi problemi di allora: paure , fobie, ansie; commetto gli stessi errori.
Eppure anche lei è una specie di mito che la gente vorrebbe incontrare , come Clive Owen in Midnight in Paris, vuole incontrare Luis Bunuel o Francis Scott Fitzgerald
“ Sono sempre dispiaciuto per chi pensa di poter ricevere da me qualcosa di speciale: se mi conoscessero bene , si renderebbero conto che non la risposta a niente. Non posso aiutarli : ho troppi problemi..”

domenica 23 ottobre 2011

FERRAN ADRIA


Ferran Adrià , cuoco di 47 anni . Considerato il miglio chef del mondo. Il Time lo ha inserito tra le miglior 100 persone influenti al mondo. Entrato anche nelle mire di Striscia.

Lei è considerato i cuoco più famoso del mondo, come ha iniziato?

“Veramente fare il cuoco non era nei miei piani , il mio sogno era fare il calciatore. Nel 1980 ho abbondato gli studi in economia e mi sono fatto assumere all’Hotel Playafels come lavapiatti per pagarmi le vacanze ad Ibiza. Durante quell’esperienza il capo cuoco Miquel Moy mi insegnò i rudimenti della cucina classica”

In che modo?

“Mi fece leggere El Practico , un manuale di cucina tradizionale ed ogni mattina che entravo in cucina mi interrogava. E’ iniziato tutto così”

Quanto è importante il rispetto delle regole base in cucina e quanto invece la creatività , la sperimentazione?

“Tutto è importante , una cosa è creare un piatto , un altra così è interpretarlo”

Allora diciamo così , perché una frittata preparata da lei dovrebbe essere migliore di quella preparata da me?

“Non deve vederla così , la sua frittata può essere uguale o migliore della mia, quello che faccio io è rendere felici le persone che vengono a El Bulli , voglio creare delle emozioni ad ogni boccone che il cliente mette in bocca. Vede, la cucina non si cerca di capire un tramonto , ti emoziona e basta e lo godi intensamente. Noi al Bulli vogliamo ricreare proprio queste sensazioni , non cerchiamo solo di far bene da mangiare ma anche di provocare sensazioni di tutti i tipi , intellettuali, emozionali. Ci sono tante reazioni così come lo sono i clienti”

Il suo ristorante riceve due milioni di richieste di prenotazione all’anno per circa 8000 coperti disponibili però voi siete aperti solo 6 mesi all’anno perché?

“Inizialmente perché la maggior parte dei clienti era composta dai turisti che passavano le vacanze estive a Cala Montjoi. Dal 1987 in poi , però, aprire solo nei mesi caldi è diventata una necessità per poter gestire adeguatamente il lavoro di preparazione del menù annuale , che viene ideato nel laboratorio di Barcellona per tutto il periodo di chiusura”

Non solo siete aperti 6 mesi all’anno ma anche solo a cena , niente pranzo , non è limitativo date le tante richieste?

“La complessità del menù , il numero di portate , il lavoro di preparazione richiesto ad ogni piatto e lo stile del servizio renderebbero impossibile aprire sia a pranzo che a cena”

Quando è a casa le piace cucinarsi cose particolari o preferisce un panino veloce visto che passa circa 12 ore al giorno in cucina?

“No, quando sono a casa faccio cose semplici , tipo il pesce alla griglia e mangio tanta frutta”

Il suo piatto italiano preferito?

“Spaghetti al pesto, minimalisti e veloci, all’avanguardia pura..”

Il piatto più difficile da cucinare?

“Quello che ancora non è stato inventato”

Un ingrediente che non sta mai nella sua cucina?

“ I peperoni. Non li mangio, non li cucino, diciamo che li odio”



Come sceglie le persone che lavorano nel suo staff?

“I bandi per il personale vengono pubblicati sulla pagina web di El Bulli , che sceglie i migliori candidati tra le migliaia di domande che arrivano da ogni parte del mondo. Ogni stagione abbiamo persone che vengono da tanti Paesi del mondo e ognuno di essi lascia sempre un segno”

In cucina lavorano tra le sessanta e le settanta persone , a seconda del periodo dell’anno. Questo vuol dire che il personale è più numeroso degli ospiti in sala . Immagino avrà una lista di personaggi famosi da accogliere un anno

“A El Bulli tutti vengono trattati allo stesso modo e non si ordina, si mangia quello che decido io , non cucino mai per qualcuno in particolare , ogni giorno viene stabilito il menù di circa trenta portate tra antipasti, tapas, dolci e morphing, una delle mie invenzioni che sostituiscono i pasticcini alla fine della cena, una via di mezzo tra spume al cucchiaio e cioccolatini”

E per questa stagione che sta per iniziare , visto che aprirete a metà giugno , cosa bolle in pentola?

“Io sono il tipo che fino a pochi giorni fa prima mette , toglie, disfa , sono piuttosto prevedibile”

Perché il suo ristorante si chiama El Bulli?

“E’ una razza particolare di cani che la fondatrice del Bulli, Marketta Schilling, adorava e ha deciso di chiamarlo così”

Ora che è considerato il miglior cuoco del mondo cosa le manca?

“Voglio continuare in questo ambito fino a quando avrò la passione per farlo, finita la passione lascerò”

Senta , mi dia un consiglio, stasera ho due persone a cena ed ho del normalissimo pollo in frigo , mi aiuti a fare bella figura..

“Intanto spero che abbia acquistato una buona qualità di pollo , la materia prima è importante dopodiché deve fare in modo che chi gusta il suo piatto metta in funzione i cinque sensi, devo lavorare su questo!!”

venerdì 14 ottobre 2011

CARLO CASSOLA


“Ho una pessima opinione della cultura dominante o, meglio, dell’incultura dominante”, dice Cassola. “Giacché non posso dare il nome onorato di cultura alla mistificazione che tiene la gente nell’ignoranza. La gente è migliore delle istituzioni e delle ideologie che professa o si è scelto. La gente non sa, o non è informata. La nostra è una società delusa e illusa, di cittadini docili e demoralizzati, in pugno a una classe di demagoghi che predica ancora il dovere civico e la fedeltà politica. Bisogna rimuovere questa diffusa capacità di rassegnazione”.
La cultura italiana ha o no le carte in regola? In un momento oscuro, per il deterioramento del tessuto economico-sociale e per la crisi più vasta della società consumistica, la cultura conserva la sua componente profetica? E’ in grado di formulare nuove proposte sociali e antropologiche? Oppure lavora per la formazione e il consolidamento dei regimi?
“La cultura non ha più attuato un ripensamento radicale della realtà. Gli uomini di cultura debbono farsi l’esame di coscienza. Sono imbecilli, o fanno finta di esserlo? Continuano a mascherare il vuoto dei sistemi. L’utopia, cioè l’anarchia, deve affermarsi al più presto”, risponde Carlo Cassola, 60 anni; nel ’44 partecipe della Resistenza, dal ‘50 collaboratore del Mondo, autore di romanzi e racconti: Fausto e Anna (1952, 1958), Il taglio del bosco (1955), La ragazza di Bube (1960), Un cuore arido (1961), Ferrovia locale (1968), Paura e tristezza (1970), Monte Mario (1973), Troppo tardi (1975), L’antagonista (1976), L’uomo e il cane, Il ribelle (1980); autore, inoltre, di saggi politici: Il gigante cieco, Ultima frontiera e del libro-inchiesta I minatori della Maremma (1956), assieme all’indimenticabile Luciano Bianciardi.
Dice che gli intellettuali, avidi di stima e denaro, hanno rinunciato all’autonomia e ad una ricerca indipendente, che la cultura lavora per il consolidamento del regime, e per l’ordine. Quale ordine?
“Quello della delinquenza organizzata”, risponde Cassola. “La diffidenza di giovani e operai verso gli uomini d’ordine è naturale. E gli intellettuali sono impotenti a guardare, oppure pronti a giustificare il ‘realismo politico’ di un’Italia che, pure nata dalla Resistenza, è governata da un’agguerrita associazione a delinquere… Né più né meno come in Francia Sartre, privo oramai di un un’interpretazione originale, tende ad avallare l’ordine instaurato da Chirac e Giscard d’Estaing”.
Qual è il ruolo degli intellettuali, sul piano delle disponibilità ideologiche?
“Impegno non significa schierarsi a favore degli uni o degli altri.
E se le due parti in lotta fossero complementari, entrambe interessate al mantenimento dello stato di cose esistente?
E’ distorta anche la nozione d’impegno: impegno, o prostituirsi dell’intellettuale? Negli ultimi 45–50 anni è fatalista, rassegnato, egoista, rende buoni servizi allo Stato, tende a inserirsi a ogni costo, teme il rischio. La nostra è una classe di dimissionari.
Altri, i veri intellettuali: Rousseau, Proudhon, Bakunin, Mazzini, Marx; il quale ha iniziato a parlare di marxismo in epoca di capitalismo.
Hanno ragione Sciascia, Bobbio, Montale, nel definire preagonica la condizione delle nostre istituzioni. Ma cosa propongono in cambio? Alcuni esponenti della cultura dominante, e lo stesso Moravia, mi dicono che le mie preoccupazioni sono fuori luogo, poiché l’esistenza non è un valore. Mi spiace tanto. Non mi preoccupo di me. Ma ho ripreso attivamente a occuparmi di politica poiché ritengo la vita il bene sommo. Bertrand Russell diceva che non ha senso la vita se nessuno resta. Questa situazione ha avuto inizio con la guerra atomica. La cultura ignorò l’avvenimento. Eppure quella bomba era la campana a morte. L’umanità è arrivata alla fine. Il problema più urgente è quello della preservazione della vita. A questo riguardo, il silenzio della cultura è davvero criminoso. Lo stesso Thomas Mann, nel ’55, scrisse: ‘… un’umanità ebbra di istupidimento va barcollando incontro alla sua rovina, ormai neanche deprecata…’”.
Quale è la sua proposta alternativa?
“Rendere inoperante l’articolo 52 della Costituzione (‘La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino… il servizio militare è obbligatorio …’), e attuare di fatto il disarmo unilaterale dell’Italia. Arrivati a questo punto, bisogna sbarazzarsi di frontiere e armamenti. L’intellettuale deve intuire che il nemico è lo Stato sovrano. Hanno torto gli intellettuali del dissenso sovietico: la richiesta di libertà individuale è poca cosa rispetto a problemi più urgenti e generali. Anche la giustizia diviene un bene secondario. Il problema fondamentale è quello della pace, cioè del disarmo internazionale, benché i giornali non ne parlino. Ma l’informazione giornalistica spesso è disinformazione”.
Se la stampa è asservita quasi per intero, perché collabora al Corriere della Sera di Di Bella?
“La direzione di Ottone non era a sinistra. Il Corriere è un giornale militarista e, in quanto tale, è sempre stato a destra. Collaboro a condizione che la mia protesta sia resa pubblica, e resto fin quando ciò mi sarà possibile. Bisogna opporsi e rovesciare, iniziare una rivoluzione culturale che spezzi l’orientamento corrente della cultura, del giornalismo, della politica.
Occorre distruggere i meccanismi impazziti che ci stanno portando al suicidio. Abbiamo 149 Stati armati. E’ auspicabile la disintegrazione dello Stato sovrano per evitare la guerra esterna. Senza atteggiarmi a censore, ho costituito a Firenze una lega per il disarmo unilaterale d’Italia. Hanno aderito anarchici, marxisti, cristiani, anche dei sacerdoti, Ernesto Balducci e Davide Turoldo, e ancora Alfonso Leonetti e Vittorio Ernesto Treccani. Prenderemo contatti con Vittorio Foa, Natoli, Terracini. Siamo agli inizi. L’anno passato, 34 uomini della cultura francese hanno firmato un appello per il disarmo unilaterale della Francia”.
Ritiene che la provocazione sia uno strumento; ad esempio, la reazione di certi giovani? Qual è la sua posizione nei confronti della sinistra rivoluzionaria?
“La classe giovanile avverte la propria solitudine e tende a riappropriarsi della propria esistenza, come nel ’68. E’ una gioventù disperata e sbalordita. Si verificano sporadici casi di violenza, ma è ipocrita la condanna da parte di una società che tollera nel proprio interno le forze armate. Circa 250 mila giovani sono addestrati ogni anno per uccidere ipotetici avversari. E allora, non è questa delinquenza legalizzata? Mi dispiace che Casalegno sia morto, ma ritengo che una società militarista non debba essere così ipocrita da condannare la violenza”.
La struttura militare in uno Stato debole come l’Italia va interpretata anche come strumento di repressione interna?
“Soprattutto come metodo di forza all’interno. Conosciamo la rudezza del nostro sistema nell’impiego della forza: contro i fasci siciliani nel ’93, nei tumulti milanesi del ’98, la connivenza di esercito e fascismo nel 1922, e ancora la crociata in materia di difesa dei nostri costituenti, tutti militaristi, a eccezione di Emilio Lussu del Partito Sardo d’Azione. L’adesione al Patto Atlantico non è un fatto perentorio? E’ un’impostura, infatti. Morire per morire, è meglio crepare per una rivolta interna, e collasso conseguente dello Stato. Per questo giustifico una crisi di anarchia generalizzata”.
Il socialismo è ancora un modello associativo capace di riscattare l’uomo dal bisogno, e soprattutto dalla paura?
“Il vero socialismo potrebbe trionfare in poco tempo, ma deve sottrarsi all’alternativa socialdemocratica, che non è un’alternativa. L’argomento principe del socialismo è quello di Bertrand Russell, Einstein, Kastler. Oggi il socialismo vuole solo ritocchi; molti anni fa esigeva un modello rigoroso. Resta il dissidio di fondo di chi accetta questo stato di cose, e chi lo rifiuta, e vuole andare oltre”.
Asor Rosa, in Scrittori e popolo, parla della sua “ideologia dell’isolamento”, e accenna ai suoi esordi, alle radici della sua formazione intellettuale e politica…
“La mia letteratura oggi è diversa. Il rifiuto della storia, che a torto o a ragione mi è stato attribuito in passato, non ha nulla a che vedere con la concezione che oggi ho della storia. La mia prima formazione è stata esclusivamente letteraria. Mi sono formato leggendo Leopardi, Pascoli, Montale, Joyce, Dostoevskij. Oggi leggo solo pagine di storia e filosofia. Prendiamo il personaggio di Mara, la ragazza di Bube: conduce una vita ai margini del grande flusso storico, è una rassegnata e, se risolve qualcosa, è sempre a livello personale… Non saprei ripetere quel tipo di narrazione esistenziale. Ora, il fatto che io mi metta a parlare di politica suscita meraviglia. Ma le lettere sono un campo opinabile; di conseguenza, qualsiasi opinione acquista un diritto. L’excursus mi pare chiaro: da giovane davo il primo posto alla narrativa esistenziale; ho preferito, poi, la narrativa sociale. Sono approdato alla politica”.
Carlo Cassola vive non lontano dal mare; si arriva da Grosseto. Cani dai casolari al passar del viandante, lamento di pini innumerevoli, cerchio tetro attorno alla casa in cui tutto è silenzio.” La mia scrittura era alimentata dall’angoscia individuale. Ora trova motivazione nell’angoscia collettiva”, dice. “La letteratura può cambiare il mondo e la vita. Ci vuole disperazione e dialettica, non fede e obbedienza”.
Parla della trilogia che sta ultimando: Ferragosto di morte, Il nuovo Robinson Crusoe, Il mondo senza nessuno. Oggi l’umanità è un “gigante cieco” che vaga verso la propria distruzione. Immagina una guerra nucleare e descrive la condizione dei superstiti; un uomo, animali, vegetali. Dopo c’è un paesaggio quasi lunare e la descrizione si interrompe per sempre.
Cassola guarda i pini serrati attorno alla casa, le ombre si fanno più cupe sotto gli alberi, abbassa la luce della lampada. Che cosa fa nelle ore che precedono la notte? Scrive e ascolta il Requiem di Mozart. Requiem anche per uno scrittore? E’ la morte dell’arte?
“La psicoanalisi escogita la libido della morte”, dice. “Ma Erich Fromm, e soprattutto Wilhelm Reich che era socialista, sperano in un futuro diverso e in una umanità libera dagli istinti gregari. Tutta la letteratura, anche se pervasa da pessimismo, nasce dall’amore per la vita. Io amo l’esistenza nelle sue forme immediate, anche fisiche”.

domenica 25 settembre 2011

GIORGIO FALETTI


E’ ormai uno scrittore che vende 10 milioni di copie. Ma è stato un attore, cantante , un comico, e ora anche pittore “ Perché della mia intelligenza dubito, ma alla curiosità non ho mai rinunciato”. Nel 2002 scrisse “Io uccido” , esordio letterario, impennò i fatturati di fiere e autogrill.



Faletti come andò?

“Il primo libro avrebbe dovuto raccontare la storia di un sicario a pagamento. In corso d’opera diventò tutt’altro . Ma se vai a cercare patate e trovi diamanti , li raccogli. Ammesso che “Io Uccido” lo sia”

Il segreto del successo?

“La gente ha olfatto . Smaschera i bluff, le operazioni a tavolino , i volumi creati in laboratorio per trasformarsi in caso editoriale . Io scrivo ciò che sento , mi diverto e lavoro senza avere l’impressione di farlo. Se ci pensa, un vero privilegio”

Come nasce un bestseller?

“I miei hanno avuto la luce qui , davanti al mare. Svegli alle otto, colazione, salvifici ciondolii senza costrutto e poi , via, al computer. E’ un percorso lungo. DUra almeno sei mesi, ma non mi lamento. Se penso che faccio lo stesso mestiere di Hemingway e Vargas Llosa , mi sento mancare”

Male qualche anno fa si sentì davvero

“Un ictus. Nei giorni dell’uscita di “io Uccido”. Non so se furono più efficaci le cure dei medici o le notizie delle librerie”

Fu un trionfo di vendite remunerativo

“ I soldi sono un sistema per vivere bene , ma non sono ricco , non ho pretese e non ho mai scelto una direzione artistica in base al denaro. Per certe proposte rifiutate , i miei antenati mi maledicono durante la notte. Con i guadagni ho acquistato una maggior libertà , ma l’unica cosa che invidio davvero ai miliardari è la velocità degli spostamenti . Se per arrivare su Marte impiego 24 ore, il magnate le spende sei. E il tempo, purtroppo, non puoi comprarlo”

Dopo la malattia il tempo è più importante?

“Per un istante ho creduto che il tempo fosse finito. La malattia ha aspetti truffaldini e nessuno ti viene ad avvertire. Arriva e basta. Uno ti batte sulla spalla “E’ ora di andare. Subito”. Rischiare l’esistenza mi ha cambiato la prospettiva. Ho imparato a non rimandare. Faccio solo quello che mi convince. Nei limiti di una ragionevole umanità, credo di essere coerente”



Per Prezzolini era la virtù degli imbecilli

“Secondo me non è una virtù, ma una caratteristica. Coerenza non significa immutabilità. Tutti cambiano e, all’improvviso, non siamo più gli stessi. Io sono corretto , dico le cose in faccia e mi rifaccio a un antico proverbio veneto “La minestra ti sarà servita con lo stesso mestolo con cui l’hai servita tu”

Cova rancori?

“Pochi, ma ci sono cose che non riesco a perdonare. Umiliazioni gratuite , persone che hanno colpito con perizia quando ero più debole e incapace di reagire. Non dimentico e non stimo i vigliacchi”

Ascendenze familiari?

“Sono cresciuto in una casa modesta , ma uno nasce dove indica il destino. Cinquanta chilometri in là e avrei potuto chiamarmi Agnelli , invece sono, senza rimpianti , figlio di Carlo Faletti. Mio padre era ambulante, mia madre sarta. Vivevano in periferia , quando raggiungevano il centro dicevano seri “Andiamo ad Asti”

I suoi la sostennero?

“Non avevano gli strumenti. Papà era meticoloso. Sognava di entrare in banca come fattorino , ma a causa di uno zio disertore nella Grande Guerra , un’onta incancellabile , non ce la fece mai. Mamma almeno ebbe la ventura di seguire il suo percorso. Ho voluto bene a entrambi, di quell’affetto che non ha bisogno di dimostrazioni”

Infanzia difficile?

“Felice. Colorata. Fantasiosa. Se uscivo dalla porta principale avevo il viale , sul retro si spalancava il Far West. La pianura , il ponte, la ferrovia, la libertà. La sera , in cortile, i grandi tornati dal lavoro giocavano a Pallapugno. Nessuno aveva niente e ogni cosa era pulita, vivace, meravigliosamente semplice”

Imparò a leggere allora?

“Mio nonno aveva un magazzino . Come molti altri , nell’Italia del dopoguerra , si arrangiava. Comprava , rivendeva , ammassava senza requie i materiali più vari. Un giorno scaricò alcuni scatolini di libri. La mia educazione alla lettura sbocciò nella sua cantina. Ho letto dei classici a un’età in cui di solito si leggono i fumetti. Ricordo “Per chi suona la campana” e un capolavoro dell’umorismo , “Tre uomini in barca” . Per capire certi meccanismi comici , la lezione di Jerome è stata fondamentale”



Poi si laureò

“In Giurisprudenza , per far felice papà. Tuttavia, più che il pezzo di carta poté il mio primo mentore , il dottor Villavecchia. Mi assoldò per una rivisitazione di Giulietta e Romeo. Andò benissimo “Potresti perfino fare l’attore”. Gli diedi retta”

Risalì fino alla tv e approdò al Drive In di Antonio Ricci. Per alcuni, il principale detonante dell’odierno abisso culturale

“Un’assoluta stronzata , se permette la licenza. Una polemica agghiacciante. Cleopatra si comportò come sappiamo e a quell’epoca , del “Drive in” non c’era traccia. Il nostro programma interpretò un cambiamento di costume , ma le innocenti ragazze seminude altro non erano che le nipoti delle gemelle Kessler . “Drive In” ribaltò gli schemi , ma se proprio dobbiamo indulgere all’oscurantismo , trovo peggiore la degenerazione del linguaggio. Ora, per dare cittadinanza a un testo di cabaret, c’è bisogno di almeno un vaffanculo. E’ deludente”

Non apprezza le parolacce?

“Al contrario. Fanno parte del linguaggio di tutti i giorni. Ma prima del turpiloquio vengono le creatività e lo spessore del personaggio. Se mi calavo nelle vesti della guardia giurata pugliese Catozzo Vito , un vaffanculo ci poteva anche stare. Ma nel linguaggio di Suor Daliso , no. Omologarsi al peggio o rubare le battute a un rivale era per chi veniva dalla vecchia scuola un lampante manifesto di incapacità”

Dei nuovi comici le piace qualcuno?

“Checco Zalone è un genio. E per sensibilità , tic e maschera è l’Alberto Sordi di oggi. Mi sono stancato dei comici che vogliono propinarmi un messaggio. Una risata è fine e messaggio insieme. Adoro Zalone perché ha il coraggio di sembrare stupido”

Il rimpianto la visita mai?

“Ho fatto qualche sciocchezza , ma credevo di essere nel giusto e se ho sbagliato è stato per tutelarmi . Comunque sono in pace”



La rallegra il consenso?

“Siamo onesti. A chi non piace essere adulato? Pare che la nostra massima aspirazione di qualcuno sia diventare famoso per poi chiudersi in casa, non uscire e mostrarsi infastidito se ti chiedono foto o autografi. Ma allora perché fare tutta questa fatica? Non amo le persone che si esibiscono ma stravedo per quelle che una volta arrivate in cima , rimangono uguali al giorno prima”

All’Elba è possibile?

“Si è guardato intorno? Che sia scrittore o contadino , alla gente del posto importa zero. Se avessi desiderato altro , oggi sarei a Formentera”

Invece vive qui?

“Otto mesi l’anno. Avevo un bilocale , venivo di rado. Un giorno persi il traghetto e partii da Piombino che era quasi l’alba. Sbarcai qui alle sei di mattina , con l’acqua alta e la prima luce. Odori e sensazioni che da ragazzo provavo in Liguria , alla festa dell’Unità, quando la politica era secondaria e un calamaro fritto sembrava il Santo Graal. Pochi anni dopo vidi il sole incendiare il mare al tramonto e decisi di trasferirmi qui”

Pubblicherebbe un libro con Mondadori?

“Berlusconi come uomo di partito è una cosa, Mondadori è un’altra. Che si sia arrivati al punto per cui pubblicare con un dato editore riveste una valenza politica è spaventoso. Con Dalai mi trovo benissimo ma ora, in via eccezionale, pubblicherò un breve romanzo con Einaudi. E’ di Berlusconi , ma il libro l’ho scritto nel mio studio , non in una cabina elettorale”

Come si intitola?

“Tre atti e due tempi . Non è un giallo né un thriller , ma una storia di uomini. La scommessa è ambientare un racconto nel calcio parlandone il meno possibile”

Lo sport è una metafora?

“Dell’esistenza. E’ la guerra senza morti , feriti o bombardamenti. Una lotta senza lutti , in cui vince o dovrebbe farlo chi è più preparato. A volte non succede perché la vita non è un’equazione”

Vale anche per lei?

“Certo. Quando lavoravo al secondo romanzo mi chiedevo se ce l’avrei fatta. E’ andata bene , ma non covavo certezze”

Se le danno del pessimo scrittore?

“Mi rimane la libertà di pensare che esistano anche pessimi critici”

E’ un trapasso comune a molti colleghi?

“Dan Brown è stato vituperato , però con Il Codice da Vinci ha venduto 40 milioni di copie. Ho il vago sospetto che abbia ragione lui”

Con il successo è piovuta anche l’invidia?

“La cosa non mi turba. Convincere tutti è statisticamente impossibile. Non ci è riuscito neanc he Gesù Cristo”

sabato 24 settembre 2011

ZYGMUNT BAUMAN


Zygmunt Bauman, 85 anni, sociologo anglo-polacco , a lungo famoso professore delle Università di Leeds e Varsavia , racconta la storia del sondaggio di Josh Rose, direttore creativo digitale dell’agenzia pubblicitaria Deutsch “Usare Twitter , Facebook o Foursquare vi fa sentire più vicini alle persone o più lontani?”. Alla fine giunsero alla conclusione sul “Sono confuso”. Infatti Josh Rose alla fine disse “Viviamo tutti in questo paradosso. I social media contemporaneamente ci avvicinano e ci allontanano”.

Parliamo di social network e di relazioni umane al tempo della rete

“Su Internet si acquistano network , non comunità. E prima o poi ci si rende conto che queste due cose si assomigliano quanto il gesso e il formaggio”



Perché?

“Appartenere a una comunità è una condizione molto più sicura e affidabile, ma anche più gravida di costrizioni. Una comunità ti guarda da vicino , ti lascia poco spazio di manovra ( può bandirti e esiliarti, ma non ti permetterà di uscire dalla tua volontà) , mentre un network può interessarsi poco o niente della tua obbedienza alle regole collettive , se ci sono, e soprattutto non ti penalizza se decidi di andartene. In compenso , in una comunità sei sicuro di trovare aiuto se hai bisogno , mentre i network servono principalmente per condividere il divertimento e la loro prontezza nel correre a salvarti se sei nei guai, al di fuori da quell’unico interesse in comune, è tutta da dimostrare. In conclusione , la scelta è tra sicurezza e libertà : abbiamo bisogno di entrambe le cose , ma non possiamo averne una senza sacrificare almeno una parte dell’altra. Sulla sicurezza , le comunità vecchio stile battono i network sei a zero. Sulla libertà , vincono i network: lì basta schiacciare il tasto delete per eliminare un’interferenza”

In rete, tra l’altro , si parla moltissimo di sesso e con estrema libertà , ma le relazioni sessuali nella realtà non sembrano diventate più facili. E nemmeno più soddisfacenti

“Il sesso è soltanto uno degli strumenti dei legami umani : uno , ma immensamente efficace. Già nel 1973 Thomas Szasz ( nel suo libro Il secondo peccato) osservava che tradizionalmente , il sesso è un’attività molto privata e segreta. In questo forse risiede la sua potenza di unire le persone. Se rendiamo il sesso meno segreto , possiamo privarlo del suo potere di tenere insieme uomini e donne. I legami sessuali sono stati fino a poco tempo fa l’esempio primario dei segreti più intimi delle persone, da condividere con la massima discrezione e solo con i più attentamente selezionati altri. In altre parole , le relazioni sessuali sono sempre state le più strette , le più difficili da tagliare e smembrare e quindi le più affidabili. Mi sembra che l’attuale crisi della privacy sia inestricabilmente connessa con la debolezza e il decadimento dei legami”

Con la tecnologia , che cosa abbiamo perso e guadagnato in termini di umanità?

“Abbiamo scambiato sparsi incidenti di vicinanza reale con una massiccia varietà di vicinanza online. Ma la vicinanza che abbiamo ceduto forse era più soddisfacente , anche se richiedeva un alto dispendio di tempo e di energia. Abbiamo acquistato una vicinanza senza dubbio veloce , poco esigente in termini di sforzi e di rischi, ma probabilmente meno capace di spegnere la sete di chi desidera una compagnia matura”

Come facciamo a convincere i giovani figli di Facebook che vale la pena di amare?

“Lo scopo finale della tecnologia , suggerisce Jonathan Franzen nel discorso pronunciato il 21 maggio al Kenyon College , “è rimpiazzare un mondo naturale indifferente ai nostri desideri – un mondo di uragani e di avversità e di cuori che si spezzano , un mondo che ci fa resistenza – con un altro mondo soggetto ai nostri desideri tanto di essere , in sostanza, una pura estensione dell’io”. Insomma il nocciolo della tecnologia è una stupida questione di convenienza , una ricerca di comodità senza sforzo : rendere il mondo obbediente e flessibile , recidere tutto ciò che si frappone , ostinatamente e pugnacemente , tra la nostra volontà e la realtà. Vivere nel mondo dei nostri desideri , uno die quali – quello che forse avvertiamo tutti con particolare forza e passione – è quello di amare e di esser amati. I mercati rispondono sempre ai desideri dei consumatori : perciò, continua Franzen , “La nostra tecnologia è diventata estremamente abile nel creare prodotti che corrispondono alla nostra fantasia ideale di una relazione erotica”

L’Ipad è un oggetto erotico?

“Continuo con Franzen : “L’oggetto tecnologico amato non chiede nulla e dà tutto , istantaneamente , e ci fa sentire tutti potenti , e non fa terribili scenate quando viene rimpiazzato da un oggetto ancora più sexy e viene confinato in un cassetto”. Oppure, mi lasci aggiungere , nel bidone della spazzatura o nella discarica senza fondo dell’oblio. Oggi molti prodotti elettronici possono essere accesi con un semplice comando vocale e permettono di ingrandire le immagini semplicemente passandoci sopra due dita , cioè incarnano tutto quello che abbiamo sempre sognato che gli oggetti del nostro amore ci offrissero. Con l’incomparabile valore aggiunto di non negarci mai il loro benvenuto e di non prenderci mai a calci , anche se noi abbiamo preso a calci loro”



Meglio o peggio di un fidanzamento vecchio stile?

“L’amore per un essere umano significa impegno , accettazione dei rischi , essere pronto al sacrificio del proprio io. Significa scegliere un sentiero incerto, non cartografato né tracciato , nella speranza – e di determinazione – di condividere la vita con un altra persona. L’amore può andare o non andare in coppia con la felicità , ma quasi mai va in coppia con la comodità e la convenienza. Anzi il contrario : ci chiede di estendere le nostre abilità e la nostra volontà fino all’estremo limite e per questo contiene la possibilità della disfatta , di smascherare la nostra inadeguatezza, di diffondere la nostra autostima. Il prodotto elettronico igienizzato , liscio, privo di spine e di rischi in realtà è tutto tranne che l’amore : quel che offre è un’assicurazione contro lo sporco che, come osserva giustamente Franzen, l’amore inevitabilmente rovescia sulle fobie del nostro amor proprio”

La tecnologia invece lo protegge

”I prodotti della tecnologia di consumo catturano clienti con l’esca di soddisfare il loro narcisismo. Come Franzen sottolinea , “Recitiamo nei nostri film , fotografiamo incessantemente noi stessi, clicchiamo il mouse e una macchina conferma il nostro senso di potere … Aggiungere qualcuno alla lista degli amici significa semplicemente includere qualcuno nella nostra privata sala degli specchi adulatori. L’amore invece è un antidoto contro il narcisismo. E’ il primo arbitro che fischia quando vengono a galla le finzioni sulle quali permettiamo alla nostra autostima di arrampicarsi , mentre laboriosamente evitiamo di metterla alla prova sul campo. Quel che la versione contraffatta , elettronicamente sterilizzata e candeggiata dall’amore ci offre davvero è solo un’assicurazione per proteggere la nostra autostima dagli imprevisti. Ma l’amore è il regno degli imprevisti . Quello vero”

domenica 18 settembre 2011

MOGOL


Perché l’autore della musica si chiama autore della musica e l’autore delle parole si chiama paroliere?

L’autore della musica per la Siae si chiama compositore. Chiamare l’autore dei testi "paroliere" è un tentativo di dequalificazione. È mancanza di rispetto. Noi non possiamo opporre che un richiamo civile, che rimane inascoltato. Chi usa il termine "paroliere" è un uomo insensibile e anche un po’ ignorante. Tutte le volte che leggete "paroliere" pensate che è una parola scritta da una persona ignorante o, peggio, volontariamente irrispettosa.

Non sei un po’ esagerato?

Esagerato? No. Sarebbe come definire i giornalisti scribacchini.

Come vuoi essere chiamato?

Autore. Nel mondo della musica autore è colui che scrive i testi.

Ma nessuno chiamava compositore Battisti.

Perché lui era compositore e cantante e arrangiatore.

E come andrebbe chiamato uno così?

Musicista. Un termine che prende tutto, molto nobile.

A te non piace nemmeno la parola cantautore.

I cantautori io li chiamo artisti.

Che rapporto c’è tra testo e musica?

Io dico agli allievi: «Cercate il testo che c’è scritto nella musica». La musica, se è bella, dice delle cose che sfuggono al compositore. Tocca all’autore dei testi trovarle. Servendosi della sua vita.

L’autore delle parole sarebbe un maieuta che cerca dentro la musicale parole che quella musica contiene?

L’autore delle parole riceve una spinta forte sull’onda di una colonna sonora che gli fa rivivere dei passi della sua

Tu scrivi le parole canticchiandole sopra la musica… Spesso lo fai in macchina…

Una, Molecole, musica di Lavezzi, l’ho scritta al cinema mentre vedevo un film, al buio. Facevo una fatica enorme perché dovevo ricordarmi a memoria la musica.

Che film era?

Il film ovviamente non l’ho visto. Il cinema era il Mignon di Milano.

E in macchina?

Molte ne scrivo guidando.

Emozioni l’hai scritta guidando…

L’ho scritta metà al Dosso, la mia casa di campagna a Molteno. L’altra metà sulla strada per Genova, dalle parti di Ovada, guidando la mia giardinetta 500 con a bordo i miei figli e mia moglie. Ripetevo musica e parole a mente, finché non l’imparai a memoria.

Altre?

Una canzone che poi cantò Celentano mi commosse, Le parole che non ti ho detto mai . La musica era di Gianni Bella. Il testo parlava del fatto che morivo e spiegavo a una donna, la mia compagna di allora, che cosa mi sarei aspettato da lei. L’avevo scritta col cuore e mi misi a piangere. Da solo, in macchina, al volante. È l’unica volta che mi è capitata una cosa del genere.

Anche E penso a te…

L’ho scritta nei diciannove minuti di autostrada tra Milano e Como. Eravamo su una macchina piccolissima. Uno guidava. Lucio stava davanti e io dietro. Lucio canticchiava davanti e io trovavo le parole dietro.

Le parole poi le riscriveva sempre Lucio…

Alle fine le ricopiava in bella. Lui era un precisino. Preferiva riscriverle con la sua calligrafia, magari perché la mia non sempre era leggibile.

Avete mai fatto qualche errore?

Nell’album Anima latina c’erano canzoni bellissime. Lucio abbassò la voce nel missaggio, per cui si faceva fatica a capire le parole delle canzoni. Purtroppo vendette molto meno, nonostante fosse uno dei dischi più belli.

E non hai chiesto a Lucio perché l’aveva fatto?

Certo che glielo chiesi. Mi rispose: «Così cercheranno di capire le parole prestando più attenzione».

Sembrerebbe una sciocchezza.

Era una chiara volontà di spingere tutti a cercare di capire che cosa diceva il testo.

Ma se abbassi il volume non capisci proprio niente.

Io infatti non ero d’accordo, gli dissi che non era un’idea felice. E lui non lo fece più. Si persero due terzi delle vendite a causa di quella idea. Era un album straordinario. C’era Anonimo, la storia della mia infanzia, il cane che mi aveva messo un dente nella palpebra e mio padre che pensava che mi avesse mangiato l’occhio, e la ragazza di ventitré anni che era rimasta sola e c’erano gli americani che andavano e venivano, lei era giovane e io la vedevo che era rossa in viso e stendeva i panni e vedevo le gambe nude. Ero un bambino.

Hai mai scritto una musica, magari solo per gioco…

Mai. Ho scritto un pezzettino di musica. Ma mi vergogno. Non dirò mai quale, né il titolo né l’autore. Se la canto, ridete tutti.

Perché, è brutta?

Sì, è molto brutta.

Ma che cosa è?

È un pezzettino di una cosa musicale molto famosa.

La sigla dell’Eurovisione, quella di Carosello, quella del Tg1?

È molto famosa ma è la parte meno bella di una canzone splendida, che tutti però conoscono. È un’aggiuntina che ho fatto.

È una canzone comunque?

È un pezzo musicale. Se l’avesse fatto quello che ha fatto la canzone, l’avrebbe scritto meglio. Quel pezzettino lì muore con me. Non lo saprà mai nessuno. Sono tre-quattro battute, si ripetono, una cosa piccola. Sarebbe immorale dirlo.

Hai firmato anche il testo di una canzone senza parole.

Battisti aveva scritto una canzone che non mi piaceva, Ultradivagazioni elettroniche . Io non volli scrivere le parole. Mi disse: «Dimmi almeno il titolo». Io dissi: «È da bruciare. Chiamala Il fuoco». Divenne il titolo della canzone, solo musica. E lui volle lo stesso darmi i diritti perché gli avevo dato il titolo. Così la firmai.

Non è l’unica canzone con sola musica.

Io insistevo perché lui scrivesse anche solo musica. Qualche volta lo faceva. Poi gli sceglievo i titoli, perché lui aveva questa voglia di stare sempre insieme artisticamente. Io facevo dei titoli lunghissimi per accontentarlo. C’era tra di noi un sentimento nobile.

Viene da pensare che Battisti scrivesse la musica molto influenzato da te.

Dopo ogni album ci trovavamo per commentare che cos’era successo e come impostare un nuovo discorso. Quella era la fase in cui io commentavo e influenzavo forse un po’ le sue scelte musicali.

Come scrivevate le canzoni?

Lucio veniva con le musiche. Io ci mettevo sopra le parole. Il giorno dopo la canzone era nata. Lucio è l’unico autore con cui ho lavorato che il giorno dopo che io gli avevo consegnato le parole si presentava senza foglietti. E cantava a memoria. Lui tornava a casa e il mattino dopo me la cantava tutta. L’assorbiva in una notte. Una volta mi disse: Quando c’è una nuova canzone, io la canto e me la incido quattro volte. Poi la risento nei quattro modi in cui l’ho cantata. Quella che mi stanca di meno, la scelgo».

È vero che le canzoni appena composte le facevate ascoltare per primo a un amico giardiniere?

Pier Luigi Ratti, un architetto giardiniere. Ha un’impresa grande: vivai, giardini, fa addobbi per i presidenti americani. Fa i più importanti matrimoni nel mondo. Spesso andavamo a cena da lui e da sua moglie Elena, e gli facevamo ascoltare la canzone appena scritta. Pier Luigi è molto dolce, Elena è di polso. Le ho dedicato una canzone in cui lui è obbligato a far tutto quello che lei gli dice. Una canzone buffissima.

Qualcun altro ascoltava le canzoni appena composte?

Quelli dell’Istituto dei Tumori. Andavamo là, io e Lucio, io presentavo e lui cantava tutto l’album ancora prima di inciderlo. Stare vicino a chi soffre è una cosa fantastica. È consolante anche per te.