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venerdì 20 dicembre 2013

DORIS LESSING - DARIA BIGNARDI

Doris lessing era un tipaccio. Quando nel 2007, a ottantotto anni, vinse il Nobel per la Letteratura, disse: «Dopo tutti questi anni? Sono esausta, dovrei festeggiare a champagne ma credo invece che andrò a dormire». E dopo qualche tempo: «Il Nobel è stressante: il telefono non smette di squillare. Il gatto è molto infastidito». Viveva a Londra sola col suo gatto e molti libri in una casa a due piani di West Hampstead, un quartiere a nord. Non cucinava. Il suo giardino era in rovina perché non riusciva più a lavorarci. Da anziana era molto ingrassata.

«non si sente mai sola?», le chiedevano i giornalisti. «No. Mi piace la solitudine; è davvero preziosa. Quando sei giovane, pensi che nuoterai in quel lago meraviglioso con un sacco di tempo a disposizione, ma poi diventi sempre più affaccendato».

Adorava i gatti, aveva scritto un libro intitolato Gatti molto speciali. Era lucida, tagliente, poco sentimentale.

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Diceva che aveva cominciato a scrivere a sette anni e aveva subito capito che non avrebbe mai fatto nient’altro.

Nata in Iran quando ancora si chiamava Persia e vissuta nello Zimbabwe quando ancora si chiamava Rhodesia, a quindici anni aveva lasciato gli studi: «Mi annoiavo. Volevo osservare il mondo e scrivere storie che raccontassero quello che vedevo». Aveva sposato Frank Wisdom a diciannove: «Le ho fatte tutte, la cucina, i bambini, ma anche lì mi annoiavo fino alle lacrime». Aveva lasciato il marito e due figli per sposare Gottfried Lessing, comunista duro e puro. Si era iscritta al Partito comunista, poi lo aveva abbandonato, disgustata dalle purghe staliniane, e non perdeva occasione di criticare duramente tutte le ideologie.

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Il suo primo romanzo, L’erba canta, fu pubblicato nel 1950 a Londra, dove si era appena trasferita col terzo figlio, lasciando in Africa i due ex mariti e gli altri due figli. «Mio figlio mi salvò allora da tante distrazioni, diciamo così, pericolose. Il fatto di dovermi occupare di un bambino limitava la mia libertà di movimento. La Londra di allora era affascinante, piena di artisti e intellettuali che si incontravano ogni sera nei locali di Soho. Sono un tipo molto socievole, se fossi stata libera chissà in quali pasticci mi sarei cacciata», raccontava il tipaccio.

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Dal momento che nei suoi romanzi

descriveva l’animo e la vita delle donne e parlava di politica e di libertà, la etichettarono come scrittrice femminista, cosa che la faceva infuriare. Non voleva essere il testimonial di niente.

Quando domenica ho saputo della sua morte, ho preso la scala e sono andata a cercare negli ultimi piani della libreria i suoi vecchi tascabili Feltrinelli che leggevo da ragazza. Il primo tomo del Taccuino d’oro era pieno di patacche. L’ho aperto a caso, e ho trovato questa frase sottolineata: «Una donna che non ha un uomo non può incontrarne uno, qualsiasi uomo, di qualsiasi età, senza pensare, sia pure per mezzo secondo, forse questo è il mio uomo».

Non era una femminista, Doris Lessing, no. Era un tipaccio.

 

lunedì 2 dicembre 2013

SESSO, ECCITAZIONE AD ARTE- BETTINA ZAGNOLI

Helmut Newton racconta nella sua autobiografia che da ragazzo era solito frequentare una piscina di Berlino: allora – parliamo degli anni ’30 – le nuotatrici indossavano costumi di lana sottile che aderivano al corpo. Il tessuto impiegava molto tempo ad asciugarsi e i capezzoli rimanevano a lungo turgidi. Quell’immagine gli rimase impressa e diede origine a fantasie e a momenti di grande soddisfazione “en solitaire”.

Il corpo femminile è bellissimo ed ancor più eccitante è scoprirlo ed ornarlo. Edouard Manet dipinse Olympia nuda con un nastrino che le cinge il collo.

E la Venere dormiente di Dirk de Quade van Ravesteyn è “vestita” con un lungo gioiello che le si avventura tra il seno.

Sui Social Network è fin nauseante l’esibizionismo di gambe, piedi, seni e ammiccamenti vari. Frasi pseudo seduttive in cui si cita la sensualità della donna nuda che indossa solo i tacchi per essere avvenente. Hanno scoperto l’acqua calda.

E’ vero che l’uomo si intriga a guardare. Allora perché non provare a scoprirsi in privato e a evitare di esibire troppo in pubblico? Proviamo a stupire e a stupirci e torniamo ad imparare l’arte del nascondere e successivamente mostrare con voluttà.

Indossare un tubino accollato, un pullover e pantaloni maschili per poi rivelare una culotte open (aperta sui glutei). Oppure uno stringivita trasparente da cui fa capolino l’ombelico e che mette in risalto il seno e i fianchi. Ma anche una sottile catena dorata attorno alla vita, o una cravatta con cui poi si potrà giocare.

Purtroppo oggi un capezzolo sotto un tessuto bagnato non fa più sognare, caro adorato Helmut.

 

venerdì 8 novembre 2013

DE ANDRE' - GUIDO HARARI

Sono passati vent’anni esatti dall’uscita di Le nuvole, penultimo disco di Fabrizio De André. Un anno dopo la caduta del Muro di Berlino e alla vigilia di Tangentopoli e della discesa in campo di B, per la prima volta il “poeta degli ultimi” tuonava anatemi contro i suoi “protetti”, rei di cronica mancanza di indignazione nei confronti di un potere che dilagava indisturbato: “Ormai viviamo tutti al centro di un’immensa e dolorosa satira”, scriveva il cantautore.

“Trent’anni fa si poteva sperare di cambiare il mondo, di avere una giustizia sociale e un’opposizione seria al sistema. Oggi, purtroppo, non ci resta che la rassegnazione davanti a un mondo che è cambiato in peggio, a una giustizia e a un’opposizione fantasma.

Una rinascita la vedo soltanto attraverso una catastrofe sociale di tutte le micro-società che si chiamano nazioni. Una rinascita degli uomini che penseranno in primo luogo di appartenere a una sola razza: la razza umana”.

Tra due giorni la grande mostra multimediale dedicata alla figura e all’opera di De André, di cui sono uno dei curatori, inaugurerà a Palermo, allo Spazio Sant’Erasmo. Vi si renderà una volta di più omaggio al cadavere di Utopia, alla mummia di ideali sconfitti e cancellati. De André ha sempre sostenuto che le canzoni, se da un lato non cambiano il mondo, dall’altro possono almeno cambiare le coscienze. Non è così: le idee a volte si ammalano e, come le stelle, si spengono. A nulla serve poi inventarsi nuove religioni in un’epoca senza religioni: mi riferisco alla poetica di De André innalzata da Don Gallo addirittura a “quinto vangelo” laddove gli altri quattro, da sempre mal amministrati, continuano a fare più danni che altro.

La verità è che l’uomo compie progressi sempre più prodigiosi nella tecnica, ma nessuno in campo etico. Una grande forza morale è evaporata, insieme al senso della dignità e agli anticorpi della democrazia, e si è ormai al ripudio degli ideali, alla “pace terrificante” paventata da Fabrizio ne La domenica delle salme. Perduto per sempre il senso civico, non rimane che il senso “cinico”, per dirla con Giovanni Sartori.

Ma c’è pur sempre una realtà con cui dover fare i conti: ad esempio, una società che non può permettersi strati impermeabili né muri. De André ha parlato più volte di nomadismo, di dromomania, ad esempio in canzoni toccanti come Khorakhané. Tra pochissimi anni 250 milioni di migranti si sposteranno a causa di cambiamenti climatici irreversibili. Una reale, tangibile, inevitabile emergenza che travolgerà qualunque fumismo accademico o ideologico.

Tornando allora al discorso sui valori estinti, impossibile non condividere il raggelante realismo dello psicoanalista Luigi Zoja che, citando Enzensberger nel suo libro La morte del prossimo, scrive: “Quanto più un paese costruisce barriere per difendere i ‘propri valori’, tanto meno valori avrà da difendere”. “Come nel momento in cui Nietzsche proclamò la ‘morte di Dio’”, continua Zoja, “siamo alla soglia di un territorio radicalmente nuovo. Dove la globalizzazione favorisce la solidarietà con persone lontane, mentre cresce l’indifferenza per il vicino prodotta dalla civiltà di massa e dalla scomparsa dei valori tradizionali. Dove la morale dell’amore non è più possibile per mancanza di oggetto.

Nell’irraggiungibile impero dell’accesso, di Internet, si è sfarinata la comunità dei prossimi, della cultura e della psicologia dell’incontro tra persone. Ma quando la comunità sparisce, la morale inevitabilmente si ammala e saltano anche le antiche, semplici basi della convivenza”.

A parlare di alti valori, devono essere uomini a loro volta alti. De André, Gaber, Pasolini, una razza in estinzione. Voci purtroppo sempre più lontane di una cultura novecentesca la cui forza propulsiva si è tradotta in illogica utopia. Come ha scritto il biologo Henri Laborit, “non esiste società ideale perché non esistono uomini ideali, o donne ideali, che possano costruirla”.

 

PAPA FRANCESCO - DARIA BIGNARDI

Ve lo dico: io Papa Francesco lo voglio incontrare. Non ho mai provato il desiderio di incontrare un Papa e non mi è mai successo, neppure da lontano, neppure a un Angelus. Di Papi ne ho visti passare parecchi, compreso Papa Luciani, e non ho mai pensato: questa persona vorrei guardarla negli occhi. Ora che ci penso, non ho mai desiderato incontrare nessuna persona famosa (se si può definire persona famosa un Papa). Vi sembrerà strano, con la trasmissione che faccio, eppure è così. Mio figlio anticlericale di fronte all’approccio apparentemente rivoluzionario di Papa Bergoglio storce il naso, dice «vediamo i fatti», chiede concretezza, ma la verità è che un po’ piace anche a lui. A un Papa che dice «chi sono io per giudicare gli omosessuali», e che si fa l’autoscatto con gli studenti, è difficile resistere. «È solo un bravo comunicatore», dice l’adolescente scrofoloso, «aspettiamo che apra al sacerdozio femminile, alle staminali, alle unioni gay, per innamorarcene». So’ ragazzi: assolutisti, estremi. Ho un bel dirgli che in Italia il sacerdozio femminile non lo vogliono neanche le suore. «Se una cosa è giusta va fatta anche se nessuno la chiede», ribatte il Savonarola della playstation.

Io Francesco lo vorrei incontrare, per sentire la sua energia. Magari lo invito pure alle Invasioni, e quello è capace di venire. Non me lo vedo da Vespa, Papa Bergoglio, con rispetto parlando.

Ma non è un desiderio professionale il mio, assolutamente, e nemmeno spirituale. Non so ancora cosa sia, però sento che va assecondato. Ho già chiamato il mio amico di Twitter, don Dino Pirri, e gli ho chiesto come si fa a incontrare un Papa. «Dipende da che cosa intendi per incontrarlo», ha risposto. «Avere un’udienza privata non è facile: tutto il mondo vuole incontrare Papa Francesco».

È che ho una passione per i cambiamenti: ecco, credo sia questo. Ce l’ho sempre avuta. Il primo programma che ho scritto, Tempi Moderni, raccontava i cambiamenti della società. Alla prima puntata, che andò in onda una primavera di quindici anni fa, parteciparono nove coppie gay. Credo che in televisione non si fossero mai viste, nove coppie gay, e forse nemmeno tre. Ma la società stava cambiando, ed era ora di raccontarlo. Mi rendo conto che scriverlo suoni agiografico e vanitoso, ma è per rendere l’idea, cercare di trasmettervi la sensazione. Ora, a ben guardare, direbbe l’adolescente, Papa Bergoglio non ha nemmeno detto «Chi sono io per giudicare i gay»: quella è stata una sintesi dei giornali. In realtà, le parole esatte sono state: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Non si devono discriminare o emarginare queste persone, lo dice anche il Catechismo. Il problema per la Chiesa non è la tendenza. Sono fratelli. Quando uno si trova perso così va aiutato, e si deve distinguere se è una persona per bene».

Quindi, in reatà, il Papa ha detto che i gay sono persi e vanno aiutati: forse, è davvero solo un grande comunicatore, come dice mio figlio. Telefonare personalmente, fare l’autoscatto, il baciamano alle signore: il suo stile informale corrisponderà ad altrettanti cambiamenti?

Intanto Bergoglio ha nominato un nuovo Segretario di Stato al posto del discusso, a dir poco, Tarcisio Bertone: è l’arcivescovo Pietro Parolin. Il più giovane «premier» vaticano da ottant’anni a questa parte: ha cinquantotto anni. Vedremo come agirà, il nuovo Segretario. Teniamo gli occhi aperti, ma anche il cuore, senza pregiudizi. E vi tengo informati: se riesco a incontrare Papa Francesco, poi vi racconto.

 

domenica 27 ottobre 2013

IL TONGUE SERVICE MANCANTE - BETTINA ZAGNOLI

Alla fine della mia lezione sui sex toys, le partecipanti si sentivano a loro agio e spesso si lasciavano andare a confidenze sulla propria sessualità. Non credo sia casualità, ma molte si lamentavano del fatto che gli uomini, talvolta tanto bravi a schernire le donne sulla maldestra capacità di praticare l’arte della fellatio, fossero dei disastri alle prese con il “Tongue Service” (cunnilingus)
A Mosca la “professoressa” Yekaterina Lyubimov, psicologa e sessuologa, ha aperto il centro seks.rf e insegna alle sue allieve oltre 50 tecniche per praticare una fellatio. A me sembra un po’ eccessivo. Basterebbero poche tecniche per praticarla come si deve.
E per gli uomini? Nulla? Non tutti a quanto pare sono portati, ed alcuni preferiscono evitare il cunnilingus, con somma delusione della partner.
Ecco che le case di produzione di oggetti del piacere, inventano sex toys come lo Sqweel che simula il tongue service: è formato da 10 piccole “lingue” morbide, in silicone, che a rotazione stimolano vulva e clitoride.
Non stupiamoci.
Perché non dovrebbero esistere sex toys di questo tipo per le donne, quando le Flesh Light (masturbatori maschili che simulano la vagina o la bocca) sono gli oggetti per il piacere maschile più venduti al mondo?
Mi piace definirlo “Amore linguale”, perché bisognerebbe essere meno frettolosi, praticarlo con passione e ricordarsi che la vagina è ricca di terminazioni nervose.
Leonardo Da Vinci scrisse: “Nessuna parte del corpo ha bisogno di tanti muscoli come la lingua; questa le supera tutte per numero di movimenti”.
Sappiate che le persone che hanno prestazioni orali scadenti sono di solito rimandate su una o tutte le altre “materie”.
Quindi meditate gente, meditate. Si può sempre migliorare.

martedì 15 ottobre 2013

QUATTRO MOTIVI PER AMARE ALICE MUNRO -DARIA BIGNARDI

Il 10 ottobre, il giorno in cui hanno dato il premio Nobel ad Alice Munro – lasciandole un messaggio in segreteria perché non rispondeva al telefono – su Twitter è stato un tripudio planetario di «Evviva» e «Finalmente» come non accadeva da tempo. Dai suoi colleghi scrittori come Salman Rushdie e Margaret Atwood alla mia redattrice più giovane, non ho mai visto tanta unanime e sincera contentezza.

I motivi sono diversi, ma i principali sono quattro.

Il primo, il più ovvio, è che Alice Munro è una scrittrice eccezionale. I suoi lunghi racconti sono sorprendenti e familiari al tempo stesso. La sua scrittura apparentemente semplice e accessibile ha lo splendore della perfezione. È un’artigiana, una perfezionista e un talento. In una parola: bravissima.

Il secondo motivo è che Alice Munro piace a tutti, e soprattutto alle donne, perché scrive di cose che le donne conoscono, illumina dettagli apparentemente marginali della vita di ogni giorno, racconta le tragedie del quotidiano con ironia, ferocia e tenerezza.

Il terzo motivo è che oggi Alice Munro è un’elegante, brillante e bella signora di ottantadue anni la cui immagine concede speranza a tutte le donne che procedono spettinate nelle loro vite affollate di lavoro, figli, problemi, insicurezze, desideri, dolori e ispirazioni.

Perché Alice Munro oggi è la tredicesima donna al mondo ad aver vinto il Nobel per la Letteratura e ha persino un gran bel taglio di capelli, ma un tempo è stata una ragazzina povera e ribelle, che a diciotto anni scappava dalla madre malata, persecutoria e manesca senza riuscire per moltissimo tempo a liberarsi del senso di colpa per averla abbandonata.

È stata la ragazza che a vent’anni si sposava, con Jim Munro, e decideva di dedicarsi al marito invece che alla scrittura, anche per mancanza di fiducia in se stessa. Per molti anni, Alice Munro non avrà il coraggio di rivelare le sue aspirazioni, i suoi desideri, di arrendersi al suo destino di grande narratrice. Soffre di attacchi di panico e di depressione, litiga con Jim, fino al divorzio e al secondo matrimonio.

È stata la madre di quattro figlie (una morta quindici ore dopo la nascita e sepolta in giardino, dentro una scatola, secondo l’usanza del tempo) che per decenni ha dovuto lottare per trovare il tempo di scrivere, cosa che faceva solo dopo essersi occupata delle incombenze familiari, che le pesavano ma faceva ugualmente.

È stata la scrittrice che, nonostante il talento e il perfezionismo, ha impiegato molto tempo per essere capita, pubblicata, riconosciuta per quel che valeva. Per molto tempo Alice Munro ha nascosto anche a se stessa di essere una scrittrice: quando venne ammessa all’Università con una borsa di studio scelse giornalismo, anche se il suo vero desiderio – lo chiamerei destino – era scrivere narrativa.

Il quarto motivo è che Munro, nonostante abbia avuto una vita faticosa, lacerata e segnata, quando finalmente, ormai anziana, ha cominciato a essere celebrata e a vincere i più importanti premi letterari, li ha sempre accettati con leggerezza, dichiarando di essere fortunata, ringraziando i mariti, suo padre, tutti quelli che l’hanno aiutata. La riconoscenza, la leggerezza: ulteriori talenti, patrimonio di pochi.

Per tutti questi motivi, il Nobel ad Alice Munro è anche un Nobel a tutte le donne, e non di quelli simbolici. Alle donne e agli uomini, perché quando un premio è meritato è un premio di tutti.

 

giovedì 10 ottobre 2013

RITORNO PRODIGO DI DONI - FABIO PICCHI

Ho trovato sempre troppo asciutte le varie tagliatelle o simili con i funghi porcini freschi. E se qualcuno, per generosità, abbondava in condimenti d’olio o di burro, la fragilità del profumo e del sapore ne risentiva irrimediabilmente. In quei casi, l’abbondanza di nipitella non ha mai risolto il problema. Come del resto la combinazione con il pomodoro, così utile nei “ragù” con i funghi secchi, si sa, diventa oltraggiosa se incontra la freschezza del boletus edulis. Così, di recente, per stupire amici e d’intorni, mi sono armato di Santa Pazienza e ho fatto un soffritto di cipolle, carote e sedano. L’ho portato fino al color dell’oro, senza raggiungere il color del rame, aggiungendo solo in quel momento una spicchio d’aglio tritato e ho fermato il tutto, dopo pochi minuti, con qualche romaiolo d’acqua. Vi ho aggiunto poi i gambi di alcuni porcini, più qualche cappella fra le meno belle che avevo. Le altre, le più turgide, le ho preservate per il gran finale.

Nella medesima pentolina dove tutto sobbolliva, ci ho poi aggiunto prima un mezzo cucchiaio di nipitella tritata e poi, spezzettandola, una piccola patatina, che come si sa ha il potere di amplificare i profumi, in questo caso del denso purè di funghi, che dopo venti minuti, e una bella frollatura, apparirà sotto i vostri occhi.

Cotte le tagliatelline, le ho risaltate dentro un teglia dove avevo saltato le cappelle più turgide affettate grossolanamente, lasciandole sostanzialmente crude. Solo a quel punto ho aggiunto il denso purè, per un ulteriore condimento, rigirando e rigirando il tutto ben bene prima di servire.

Giubilo fra i commensali a cui ho dovuto chiedere di rallentare per non mostrare la loro eccessiva voracità. Si sa, l’inferno abbonda di golosi, ma io al contrario, lontano dal desiderio di lodarmi per non sbrodolarmi, ho sinceramente pensato che questa ricetta fosse senza alcun dubbio paradisiaca e per questo ve la regalo.

 

lunedì 24 dicembre 2012

CORAGGIO - FABIO PICCHI



Soffriggete per amore o per altro, per una donna, un uomo, un figlio, per il vostro paese, il nostro pianeta o l’ultimo dei vostri amici o il primo dei vostri nemici.
Non potete evitare, in questi giorni, di preparare cibo per il soggetto o i soggetti del vostro amore, lontani da qualsiasi rancore.

Se amate una donna, suggerirei di cercare un pane fragrante spalmandoci sopra un po’ di burro e aggiungendoci fette di tre quattro/millimetri di un salamino di tutto riguardo. Bere bollicine per questa merenda dell’alleanza emotiva viene naturale.

Se amate un uomo, la pasta con l’anduja chiarirà, con la piccantezza necessaria, sia a lui che a voi con chi avete a che fare. Fondamentale chiedere aiuto a donne calabresi sul come e perché di questo piatto.

Se amate un figlio, apparecchiate la tavola come se doveste ricevere un re o l’ultimo dei poveri Cristi, date fondo al cibo della vostra memoria. Non lasciate chi correrà per voi e dopo di voi senza testimone. Fritti, minestroni, stufati, verdure stagionali come i carciofi, dovranno traboccare di generosità, con olio buono e condimenti vari, senza mai tralasciare aglio e pepe, coscienti che il mondo sarà sempre più vegetariano, dedicate massima attenzione ai conigli, ai polli, ai piccioni e a tutte le carni.

Se amate il vostro paese, cercate cibo per la vostra anima nelle associazioni, nel vostro posto di lavoro, nelle scuole, nelle mense, nelle trattorie di quartiere, a Palermo o alla Giudecca. Promettete a voi stessi di venire a Firenze dove alle Cascine, il parco cittadino della mia città, al primo tepore di primavera, si ritrovano nelle domenica di festa la comunità filippina o altre comunità con mille lingue, con i loro bracieri ad arrostire ogni ben di Dio. Facile sarà lì trovare la condivisione e se poi porterete un pallone il gioco verrà come una macchina del tempo a riportarvi al quando da ragazzi… Sempre lì guarderete con stupore le mazze da cricket degli srilankesi che hanno fatto loro lo sport di chi li aveva colonizzati, bevendo te fra un tempo e l’altro. Se sarete fortunati conoscerete la loro magnifica cucina.

Per il pianeta, giurerete a voi stessi di adottare un orto in Africa, in questo Terra Madre insegna. Adotterete poi anche un orto dietro casa o nella vostre periferie.

Per gli anni a venire vi riprometterete di  mangiare, insisto, poca carne ma buona e molte verdure, pezzetti di formaggio e molta frutta, riducendo la misura del vostro prossimo frigorifero eliminando quella inutile testa surgelante uomini ed idee, ricordandovi di ingrandire, questo è fondamentale, la vostra dispensa e il tavolo della vostra cucina.
Giurate a voi stessi di mangiare pesce dei vostri mari evitando di depredare i mari altrui, lascerete marcire negli scaffali luminescenti quei pallidi pomodori contro stagione.

Libererete voi stessi da inutili sensi di colpa mangiando piccole dosi di burro spalmato su fette di pane con filetti di acciughe o con il sale, o con la zucchero equo e solidale.
Soffriggerete così d’amore per la vita, unica, preziosa ed emozionante, con un perenne grazie ripetuto agli amici e ancor più forte gridato ai nemici, che non saranno più tali se scapando sempre delle acciughe, friggerete queste ballerine di Dio infarinandole nell’olio più costoso che vi sarete regalati per queste festività.

Ultima raccomandazione: che il coraggio di condividere sia con voi.

domenica 11 dicembre 2011

LA MORTE CI DEVE TROVARE VIVI - FABIO PICCHI



Farei carte false per riavere qui con me Cecilia e spedirla in Brasile dalla Dodi, suo inconsolabile amore. E vorrei qui quei milioni di bambini e donne e uomini del continente africano, che muoiono tutti i minuti di tutti i giorni e che sempre scompaiono dalla memoria collettiva, invitando anche questa moltitudine a partecipare, per dire la loro più qualche cos’altro, alla prossima riunione, così tanto per sceglierne una, della “Fondazione Italia decide” di Violante/ Calderoli.

Vorrei invitare a pranzo, finalmente con sua moglie Mara, Lucio Magri per cucinare a entrambi quel che la mia famiglia ha sempre considerato uno dei cibi più buoni della terra: il nostro segreto tortino di carciofi. Mio padre, a riguardo, ogni volta, badava a dire che quel piatto resuscitava i morti!

Ricetta.

Pulite con attenzione dei carciofi privandoli delle parti dure e fibrose. Dopo averli spaccati in quattro, stufateli con l’umidità della lavatura in un pentolino d’acciaio ben coperto con prezzemolo e aglio tritati, pepe, olio abbondante, aggiungendo un piccolo pezzo di prosciutto grasso e magro tagliato a piccole listarelline. Teneteli a fuoco vivace per 6 minuti esatti, rigirandoli una sola volta allo scadere dei primi tre. Al fine, ancora turgidi, passateli dentro una padellina, versandoci sopra una piccola quantità di uova sbattute che si rapprenderanno intorno ai carciofi formando una sottilissima frittatina nel contatto con la padella. A quel punto, e solo a quel punto, rigirate la frittata che ricolerà con la parte umida dell’uovo nuovamente sulla padellina formando anche lì una successiva sottilissima frittatina che andrà a chiudersi con la precedente. Sostanzialmente vi risulteranno due crespelle sovrapposte con un’alta farcitura di carciofi al tegame. Nell’uovo, quando lo sbattete, aggiungete la solita manciata di parmigiano.

domenica 20 novembre 2011

METTETE DEI PORRI NEI VOSTRI CANNONI - FABIO PICCHI


Nel soffriggere i porri portate pazienza, aspettando che la rosolatura arrivi fra il color oro e il color rame, e state attenti armati di mestolo che non arrivi il color bronzo. Fermate il tutto con pochissimo pomodoro pelato. Il caldo composto dovrà rimanere sostanzialmente del suo colore. Frantumateci a quel punto del baccalà in intelligente misura, usando ciò che sarete stati capaci di rintracciare nei vostri mercati. Se fortunati le guance sono perfette, ma anche code e filetti fanno il loro dovere.

Se in possesso del giallo San Giovanni, dopo aver ringraziato tutti gli dei più il vostro pizzicagnolo, sprecatene un po’ per questo intingolo per un classicissimo baccalà coi porri di cui quest’oggi vi scrivo perché lo considero per me stesso la più potente delle droghe possibili. La sua assunzione, nel darmi una frustata che corre dalla colonna vertebrale fino al cervelletto, ha come immediato secondo effetto che lo sguardo mi si fissi lontano, verso orizzonti con soli nascenti, speranze di un mondo migliore, con un “mettete dei fiori nei vostri cannoni” che rigalleggia prepotentemente nella mia memoria facendomi comprendere all’istante la forza rivoluzionaria di quel messaggio, portandomi lontano dal dolore di estintori lanciati e di pistole dorate brandite e solo capaci di suscitare pietà per chi andava giudicato con la completezza della sua storia davanti agli uomini.

Buttate delle tagliatelline all’uovo a cuocere e ancora completamente al dente, rigiratele, dopo averle scolate, nell’intingolo di baccalà e porri. Mentre condividerete questo piatto con le persone dei vostri dintorni, ragionate con loro sulla memoria di quel genio di Zavattini che ci metteva in guardia dicendo: “La guerra è precisa, la pace invece è imprecisa: sapere la pace”.

Armatevi anche di pane per la necessaria ripulitura di questo piatto.